Top manager: la crisi preoccupa meno dei nuovi business model

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Mentre il blocco delle attività sta accelerando il ritmo con cui impone il cambiamento, la pandemia scivola in coda alle preoccupazioni dei top manager. Ma le aziende sono davvero pronte ad affrontare le nuove forze dirompenti che impattano sui loro business model?

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Il 37% dichiara che la crisi ha permanentemente alterato l’enfasi sulla salute e la sicurezza degli impiegati, ma anche le pratiche e le politiche di remote working (31%) e le strategie di marketing e comunicazione (28%)

Quasi la metà dei top manager ritiene che la propria azienda non stia intraprendendo le misure necessarie per affrontare questo contesto. E il 52% teme che la carenza di talenti renda l’organizzazione più vulnerabile

Simon Freakley: “La crisi ha dimostrato come un singolo evento dirompente possa avere un effetto riverberante su aree geografiche, settori e società. L’interruzione non è una novità, ma il ritmo con cui impone il cambiamento sta accelerando”

La pandemia ha dimostrato come “un singolo evento dirompente” possa avere “un effetto riverberante” su differenti aree geografiche, settori e società. Ma sebbene il blocco delle attività da essa generato non rappresenti ormai una novità, il ritmo con cui “impone il cambiamento sta accelerando”. Facendo scivolare la crisi in coda alle preoccupazioni dei top manager.
Sono le parole di Simon Freakley, chief executive officer di AlixPartners, intervenuto in occasione della presentazione del Disruption index, uno studio condotto su un campione di oltre 3.000 dirigenti in giro per il mondo (tra Stati Uniti, Regno Unito, Svizzera, Giappone, Germania, Francia, Canada, Cina e Italia) sulle forze dirompenti che, nell’anno della crisi, hanno avuto un impatto sulle loro attività e sulle strategie che stanno implementando per affrontarle. Uno spaccato che rivela come, sorprendentemente, la pandemia rappresenti solo il dodicesimo fattore che li tiene svegli la notte. Al primo posto, infatti, il 34% degli intervistati segnala la rinnovata concorrenza e i nuovi modelli di business, seguiti dal progresso tecnologico nei materiali e nei processi (33%), le questioni relative alla privacy e alla sicurezza dei dati (33%) e un’infrastruttura connettiva pervasiva (32%). Da segnalare anche l’automazione, l’intelligenza artificiale e la robotica, considerate forze dirompenti impattanti dal 32% dei top manager, oltre alle preoccupazioni ambientali e sociali (27%).

Le aziende sono pronte al cambiamento?

Certo in questo contesto, e per ogni settore, l’emergenza sanitaria ha modificato il modo in cui tali leader fanno affari e le imprese che hanno ottenuto buoni risultati, secondo lo studio, sono quelle che sono state in grado di anticipare i cambiamenti a lungo termine. Il 37%, per esempio, dichiara che la crisi ha permanentemente alterato l’enfasi sulla salute e la sicurezza degli impiegati, ma anche le pratiche e le politiche di remote working (31%), le strategie di marketing e comunicazione (28%), i canali di vendita dei clienti (28%) e le loro richieste (27%). E molti dirigenti sembrerebbero non avere fiducia nella capacità della propria azienda di resistere al blocco delle attività e alle sue conseguenze (specialmente quando si tratta di giovani). Quasi la metà del campione ritiene infatti che la propria impresa non stia intraprendendo le misure necessarie per assicurarsi di essere in una posizione ottimale per affrontare questo contesto, una vulnerabilità che si traduce anche in una certa insicurezza lavorativa.

Tra l’altro, oltre il 50% ritiene che la carenza di talenti incrementi tale fragilità, una percentuale che sfiora il 60% nella c-suite (termine che indica le cariche più alte all’interno della società che solitamente iniziano con la lettera “c”, come chief executive officer, chief financial officer, chief operating officer e chief information officer, ndr). “I dirigenti temono che i loro colleghi non abbiano le competenze giuste per far fronte alla velocità e all’intensità delle interruzioni”, spiegano i ricercatori. “Per superarle, occorrono leader agili e resilienti, che vedono il cambiamento come un’opportunità e non come una minaccia”, ammoniscono.

Focus sul settore dei servizi finanziari

Le società del settore dei servizi finanziari, in particolare, sembrerebbero intanto aver dimostrato una migliore tenuta rispetto all’intero campione (l’analisi complessiva ha coinvolto anche aerospazio e difesa, automotive, prodotti di consumo, media e intrattenimento, retail, tech e telecomunicazioni). Eppure, il 54% rivela una carenza di talenti nella propria organizzazione (una percentuale che sale al 75% per i top manager giapponesi) e il 40% teme di perdere il proprio lavoro a causa delle interruzioni alle attività che il proprio settore dovrà affrontare (in questo caso si parla del 59% per il Giappone). Tra l’altro, i leader del comparto assicurativo e quelli del settore “pagamenti e fintech” sono maggiormente preoccupati del fatto che le proprie aziende non stiano mettendo in atto le misure necessarie, con picchi che raggiungono rispettivamente il 67 e il 61% contro il 48% della media globale dei servizi finanziari.


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di Rita Annunziata

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Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.

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