La stagione delle disuguaglianze è a un punto di svolta

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La pandemia ha esacerbato le distanze che già la finanziarizzazione dell’economia aveva accentuato, tra l’1% di super ricchi e il resto del mondo; ma non è sempre stato così.

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A fine ‘800, la ricchezza era dominata dalle grandi proprietà agricole e dalle nascenti industrie, in mano all’1%

Nel ‘900, invece, il valore si è spostato progressivamente verso immobili e fondi pensione (detenuti dal 99%). Non è escluso che, da oggi in poi, il pendolo del potere negoziale cominci a giocare in favore del lavoro.

Chissà se, nel periodico aggiornamento dei vocabolari, ci sia anche – dopotutto sono parole anche queste – l’“1%” e il “99%”.
Percentuali che, come sappiamo, si riferiscono, rispettivamente, al più ricco 1% della popolazione, e al resto dei comuni mortali. “Noi siamo il 99%”, dicono talvolta i cartelli inalberati da manifestanti che protestano contro l’1%, la plutocrazia e il capitalismo diseguale.
La pandemia ha esacerbato le diseguaglianze.

Basti guardare alla performance dei mercati azionari, che si sono scrollati di dosso le ferite della crisi più grave dagli anni Trenta e hanno registrato magnifiche sorti e progressive, macinando record storici.

Dato che il 99% ha relativa mente poche azioni, e l’1% ne ha molte, basti questo per capire come la distribuzione della ricchezza si è fatta, negli anni del Covid, ancora più diseguale.

Il famoso libro di Thomas Piketty, Il capitale nel XXI° secolo, aveva avanzato una tesi (non incontestata) secondo cui le diseguaglianze sono inevitabilmente destinate ad allargarsi, dato che il saggio di rendimento del capitale è superiore al tasso di crescita dell’economia. Da allora molto altri studiosi si sono chinati sull’assunto e un recentissimo saggio, di Daniel Waldenström, ha aggiornato le stime.

Se si prende in esame la quota di ricchezza detenuta dall’1%, dal 1900 in avanti, per cinque Paesi – Francia, Regno Unito, Germania, Svezia e Spagna – si scopre che l’aumentare delle diseguaglianze è un dato relativamente recente e data all’incirca dalla fine degli anni ‘8O, quando la finanziarizzazione dell’economia ha accelerato il passo.

Spesso si compiange la fine del ‘buon tempo andato’ (“Il tempo andato è sempre buono”, disse Lord Byron), ignorando il fatto che nel ‘buon tempo andato’ si moriva in più giovane età, e tanti aspetti del benessere erano molto meno desiderabili rispetto a quelli di adesso.

Nella stessa vena, è lecito osservare che il livello di diseguaglianza che oggi si registra, se pur crescente, è tuttavia molto inferiore a quello di cent’anni fa.

Alla fine dell’Ottocento l’1% era più ricco che mai, con la rivoluzione industriale che aveva favorito la concentrazione della ricchezza, l’antitrust era praticamente inesistente e lo ‘Stato sociale’ era ancora da inventare. La ricchezza era principalmente dominata dalle grandi proprietà agricole e dal valore delle imprese: due attività, queste, che erano detenute in gran parte dai ricchi.

Ma nel XX° secolo, due guerre mondiali’, una Grande depressione, le riforme dello ‘Stato del benessere’, la crescente tassazione, l’aumento del peso del bilancio pubblico nell’economia (e il bilancio pubblico, con l’universalità dei servizi pubblici e le imposte progressive, favorisce la redistribuzione dei redditi) avevano portato a una rapida discesa della quota dell’1%. Nel secolo scorso la proprietà agricola è diventata una quota minore della ricchezza, e si sono aggiunte due grosse componenti: il valore delle abitazioni e il valore dei fondi pensione, specialmente importante per quei Paesi in cui non predomina il sistema pensionistico a ripartizione.

Già Peter Drucker, a proposito dell’enorme accumulazione di capitale da parte dei fondi pensione, parlava di una nuova forma di capitalismo: il ‘pension fund capitalism‘. E abitazioni e pensioni sono in massima parte detenute dal 99%. Tutto questo spiega la rapida discesa della quota dei ‘Paperoni’ nella ricchezza totale.

Ma nell’era della finanza – grosso modo dal 1990 – le cose sono cambiate. I mercati hanno trovato modo di monetizzare il valore di nuovi asset e hanno scovato sacche di ricchezza prima ignote. Ma non è escluso che l’aumento della quota dell’1% si arresti, adesso che il pendolo del potere negoziale comincia a giocare in favore del lavoro.

Articolo Pubblicato sul numero di Febbraio 2022 del magazine di We Wealth


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di Nicola Dimitri

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Redattore e coordinatore dell’area Fiscal & Legal di We Wealth. In precedenza ha lavorato nell’ambito del diritto tributario e della fiscalità internazionale presso primari studi legali

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