Quando si tratta di diminuire il carico fiscale, tutti diventano improvvisamente molto creativi. Specie chi deve far fronte a richieste notevoli da parte dell’Erario. Il caso degli Usa
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Che dalle parti di Washington sia allo studio un sistema fiscale penalizzante per gli ultra ricchi non è un mistero. Le ipotesi sul tavolo parlano di una sovrattassa del 5% per chi guadagna più di 10 milioni di dollari all’anno e del 3% per chi supera i 25 milioni. E i collezionisti d’arte non dormono sonni tranquilli. Secondo quanto riporta Bloomberg, i consulenti patrimoniali a stelle e strisce stanno ricevendo sempre più da parte dei loro clienti una peculiare richiesta: quella di dar via solo un pezzettino delle opere di loro proprietà. Si tratta di un escamotage per ottenere dei benefici fiscali.
L’accordo tipico prevede che il quadro o la scultura vengano temporaneamente prestati a enti o musei, mentre il collezionista ottiene una deduzione fiscale che nel tempo può aumentare sulla base delle “fette” di opera d’arte via via donate, fino ad un massimo temporale di 10 anni. L’oggetto finisce poi in beneficenza. Consulenti legali e fiscali (come l’ufficio di consulenza fiscale Marcum) rivelano che dietro all’aumento di domanda di donazioni frazionali ci sono non solo l’aumento di valore delle opere, ma anche le mutate abitudini di vita degli ultra ricchi. In tempi di covid, fanno sapere i consulenti d’oltre oceano, le ville in Florida hanno la meglio sugli attici di Manhattan, veri e propri piccoli musei privati di ogni sorta di capolavoro.
L’aumento di valore dei beni da collezione non riguarda solo l’arte, ma anche gli altri pleasure asset come vino, orologi, memorabilia sportivi. Gli Internal Revenue Services (l’analogo della nostra agenzia delle entrate) non rilascia dati circa l’ammontare delle deduzioni di cui godono gli uhnwi quando scelgono donare parti delle loro opere d’arte per pagare meno tasse. Anche perché gli stessi donatori evitano di pubblicizzare simili pratiche. Fra i musei che accettano capolavori “a pezzi”, figurano il MoMA, il Met (si sa che per l’anno fiscale 2020 ne ha accettati 17), il Los Angeles County Museum of Art.
Ma la cessione frazionale di opere non è l’unica via d’uscita per pagare meno tasse. Il sempre maggior apprezzamento delle collezioni private rende conveniente anche l’art lending, ovvero l’ottenimento di prestiti e finanziamenti a fronte della cessione momentanea della propria opera d’arte, o dei propri gioielli. Oltre oceano anche i preziosi infatti stanno entrando in questa logica.
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Caporedattore Pleasure Asset. Giornalista professionista, garganica, è laureata in Discipline Economiche e Sociali presso l’Università Bocconi di Milano. Scrive di finanza, economia, mercati dell’arte e del lusso. In We Wealth dalla sua fondazione
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