Se la Bce rallenta il Pepp: le previsioni, le conseguenze

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Nella prossima riunione, afferma la maggioranza degli osservatori, la Bce potrebbe ridurre gli acquisti del programma anti-pandemia

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Il terreno verso l’annuncio della riduzione del ritmo degli acquisti Pepp sembra essere stato preparato da alcuni membri “falchi” del board e dagli ultimi dati macroeconomici

La riduzione del Pepp da 80 miliardi a 60 miliardi mensili sarebbe sostanzialmente compatibile con il target finale di 1.850 miliardi di euro entro fine marzo

Se anche ciò accadesse, le condizioni finanziarie rimarranno favorevoli a lungo e il più “tradizionale” programma App potrà essere ricalibrato, ove necessario

La riunione della Bce attesa giovedì 9 settembre sarà segnata dal ritorno della dialettica fra le “colombe” e i membri più conservatori del board, alcuni dei quali hanno già auspicato pubblicamente il rientro del piano anti-pandemia (Pepp) già dalla prima data “utile”, nel marzo 2022.

Prima di allora, tuttavia, resta da capire se il ritmo mensile di acquisti netti attuale, 80 miliardi di euro, sarà ridimensionato già in occasione dell’imminente incontro. Questa sarà la decisione sulla quale si concentrerà di più l’attenzione del mercato e le attese degli economisti, in merito, sono particolarmente eterogenee.

Il sondaggio condotto da Reuters mostra come prevalga, fra gli osservatori, l’idea che il ritmo di acquisti del Pepp sarà ridotto fino a scendere a 60 miliardi di euro. Un ulteriore riduzione si concretizzerebbe all’inizio del nuovo anno, prima della conclusione degli acquisti netti alla fine di marzo. Questo itinerario andrebbe a realizzare le attese dei falchi, come il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann (“La P di Pepp non sta per ‘permanente’ e per una buona ragione”, aveva dichiarato).

Qualora le attese di riduzione degli acquisti si realizzassero, ha calcolato ING, il programma Pepp da 1.850 miliardi di euro complessivi arriverebbe a fine marzo avendo utilizzato quasi tutte le “munizioni” previste – sarebbero esclusi 75 miliardi.

A dare più forza alle istanze dei falchi sono gli ultimi segnali provenienti dall’economia dell’Eurozona, in termini di crescita, occupazione e andamento dei prezzi. A due giorni dall’incontro del board Bce, Eurostat ha comunicato che, nel secondo trimestre, il Pil dell’Area euro è cresciuto del 2,2% su base mensile, mentre l’occupazione è aumentata dello 0,7%. Anche i consumi finali delle famiglie hanno dato un forte segnale di ripresa, con un incremento congiunturale del 3,7%. Ancora più rilevante nel dibattito sulla politica monetaria è stato il rialzo dell’inflazione ad agosto, a un tasso annuo del 3% nettamente superiore all’obiettivo programmatico della Bce.

Alcuni analisti, comunque, ritengono più probabile che per il momento gli acquisti del Pepp possano mantenersi invariati: “Crediamo che la Bce possa scegliere di confermare le strategie in essere”, ha affermato Filippo Diodovich, senior market strategist di IG, secondo il quale dovrebbero prevalere le colombe, il cui approccio potrebbe essere giustificato dalle incertezze sugli sviluppi della pandemia”.

Anche se il Pepp dovesse effettivamente concludersi a marzo, resterebbe in piedi – come per tutto il periodo della pandemia – il Quantitative easing (App), che attualmente prevede acquisti netti di titoli da 20 miliardi di euro mensili. Se lo scenario economico e sanitario dovesse nuovamente deteriorarsi potrebbe essere proprio l’App a poter essere ricalibrato, hanno sostenuto gli analisti di Morgan Stanley: “Pensiamo che il Pepp sarà liquidato il 22 marzo e sostituito da un App più flessibile”, poiché il suo “margine di manovra per ulteriori acquisti sarebbe limitato”. Tale flessibilità potrebbe includere un allentamento del vincolo che attualmente impedisce alla Bce di acquistare bond sovranazionali per oltre il 10%, ciò consentirebbe di acquistare più titoli collegati al finanziamento del Next Generation Eu.
Anche per IG il l’orizzonte dell’App dovrebbe estendersi oltre quello del Pepp, per almeno ulteriori sei mesi

E’ importante sottolineare come l’eventuale interruzione degli acquisti e del successivo reinvestimento dei titoli in scadenza non comporterebbe un vero restringimento quantitativo dell’offerta di moneta. Secondo il capo economista Emea di S&P Global Ratings, dell’agenzia, Sylvain Broyer, quest’ultimo passo non sarà mosso se non “alla fine del decennio” e “sino ad allora la curva dei rendimenti rimarrà piatta”.


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di Alberto Battaglia

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Responsabile per l’area macroeonomica e assicurativa. Giornalista professionista, è laureato in Linguaggi dei media e diplomato in Giornalismo all’Università Cattolica

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