Più debito, più peso: gli indici a capitalizzazione vanno rivisti?

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L’aumento del debito sovrano a seguito della pandemia, ha ridestato perplessità circa la bontà degli indici a capitalizzazione: quali possono essere le alternative? Ne ha parlato a We Wealth Luca Mainò di Consultique

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Il debito globale ha raggiunto i 226 mila miliardi di dollari vedendo il più grande aumento in un anno dalla seconda guerra mondiale

La maggior parte degli etf sulle obbligazioni sovrane hanno a benchmark indici a capitalizzazione: più grande è lo stock di debito di un paese, maggiore è il suo peso sull’indice

Dagli indici macro hedged a quelli sul rating, passando per gli indici sostenibili esistono diverse alternative agli indici a capitalizzazione

A causa del covid, come i governi hanno immesso miliardi di dollari nell’economia per stimolare la ripresa economica, lo stock di debito sovrano a livello globale ha toccato livelli record. A fine 2020, il debito globale ha raggiunto i 226 mila miliardi di dollari, registrando il più grande aumento in un anno dalla seconda guerra mondiale. Di pari passo quasi tutti i paesi hanno visto crescere il rapporto debito/pil. E così gli investitori obbligazionari sono sempre più esposti ai paesi più indebitati. Molti degli indici che seguono le obbligazioni governative infatti sono a capitalizzazione: più è grande lo stock di debito, più quel paese pesa sull’indice.
Già con la crisi dei debiti sovrani, nel 2010, ed in particolare nel momento in cui quest’ultima investì paesi importanti come l’Italia o la Spagna, tale approcciò sollevò più di una perplessità. A sostenerlo è Luca Mainò, cofondatore Consultique SCF, vicepresidente AssoSCF, membro Consiglio Direttivo NAFOP, il quale ha evidenziato per We Wealth, quali sono le criticità degli indici a capitalizzazione. Per Mainò il primo aspetto da rilevare è che gli indici governativi generalmente mantengono la soglia di rating dell’investment grade, ovvero non includono emittenti che hanno un rating inferiore a BBB-/Baa3. “Si era quindi posto il problema di cosa sarebbe successo nel caso in cui Italia e Spagna, che rappresentano insieme il 35% dell’indice governativo europeo, fossero state escluse dal “club” dell’investment grade (come era già successo per la Grecia) soprattutto in merito all’impatto sul mercato stesso dei debiti sovrani” spiega Mainò che sottolinea come comunque negli ultimi anni queste preoccupazioni sono via via scemate per gli interventi a sostegno delle banche centrali ed il mutamento delle politiche comunitarie sui vincoli di bilancio.
Rimane comunque il principale “svantaggio” dell’investimento indicizzato, ovvero quello di non considerare i fondamentali degli emittenti statali. “Mentre nel segmento azionario e nel segmento obbligazionario corporate un deterioramento eccessivo dei fondamentali delle aziende porta a diminuzioni del peso per le svalutazioni dei corsi delle azioni o obbligazioni, nel caso degli Stati risulta molto più complesso in quanto uno Stato in difficoltà di bilancio continuerà a fare leva sull’indebitamento fino al momento in cui questo non diventa insostenibile portando al default” continua Mainò.

Quali dunque le alternative agli indici a capitalizzazione? “Nell’ambito degli etf non sono moltissime le varianti agli indici a capitalizzazione disponibili. Un emittente di etf, per esempio, ha sviluppato una variante Macro-Weighted, in cui i pesi sono determinati sulla base del rating e di indicatori macro-economici. Sono disponibili sul mercato anche indici che discriminano solamente per il rating (Highest rated o lowest rated)” spiega Mainò che commenta: “In questi casi se la necessità è di impiego di liquidità con il minore rischio possibile si preferiscono gli indici di emittenti con rating più elevati, mentre può valere la pena considerare quelli che selezionano solo gli emittenti con rating basso se si vuole preservare un rendimento a scadenza positivo in un periodo di tassi bassissimi, ovviamente sopportando un maggior rischio in caso di incremento degli spread di credito”.

Infine si inizia a considerare come discriminante il tema esg. “Recentemente sono nati i primi etf che replicano indici sostenibili, in cui i pesi dei singoli emittenti possono essere aggiustati per l’impatto climatico di ciascun Stato, ma anche in questi casi si tratta di pochissimi strumenti al momento disponibili” conclude Mainò.


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di Lorenzo Magnani

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Laureato in Finanza e mercati Internazionali presso l’Università Cattolica di Milano, nella redazione di We Wealth scrive di mercati, con un occhio anche ai private market. Si occupa anche di pleasure asset, in particolare di orologi, vini e moto d’epoca.

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