Il piano di Xi dopo l’assalto alle big tech: Pechino avrà una Borsa

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Nel disegno di Xi Jinping l’istituzione di una nuova Borsa valori. Uno strumento al servizio delle pmi innovative. E che, secondo quanto si vocifera nei corridoi finanziari, risponde ancora all’esigenza di contenere le Ipo cinesi all’estero. A favore del mercato domestico

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Xi Jinping: “Continueremo a sostenere lo sviluppo delle pmi, istituendo la Borsa di Pechino come strumento al servizio di quelle orientate all’innovazione”

Secondo un’analisi di Cordusio Sim, le azioni più penalizzate dalla stretta cinese sono quelle denominate in dollari e negoziate nelle borse statunitensi (“Adr”)

Una borsa valori per sostenere la crescita delle piccole e medie imprese, specie quelle “orientate all’innovazione”. Le più promettenti, ci si intende. È l’ennesimo punto del disegno di Xi Jinping di quella che, in occasione del suo primo discorso pubblico al termine delle tradizionali vacanze d’agosto, aveva definito come una nuova stagione di sviluppo per il Paese. E che si iscrive nel più ampio contesto di iniziative da parte dei regolatori cinesi che nell’ultimo mese ha scatenato un vero e proprio terremoto sui listini, travolgendo i più grandi gruppi tecnologici della Terra del Dragone.
“Continueremo a sostenere lo sviluppo delle pmi, istituendo la Borsa di Pechino come strumento al servizio di quelle orientate all’innovazione”, ha dichiarato il presidente nel suo intervento in video-conferenza alla cerimonia di apertura della Fiera internazionale per il commercio dei servizi. Un tentativo, tra le righe, di continuare a contenere le Ipo cinesi all’estero, coltivando il mercato domestico a favore “dell’economia reale e dei suoi obiettivi di sviluppo a lungo termine”, nelle parole di Rory Green, head of China research di Ts Lombard, al Financial Times.

Ricchezza “condivisa”: gli impegni di Alibaba

Il lancio fa seguito infatti ai nuovi propositi sulla “prosperità comune” annunciati da Xi nel mese di agosto e volti a “regolamentare i redditi eccessivamente alti e incoraggiare gruppi e imprese ad alto reddito a restituire di più alla società”. Se da un lato i settori che non li rispetteranno “saranno penalizzati”, quelli che aiuteranno a garantirne il raggiungimento godranno di “un notevole vantaggio politico”, afferma Green. E, come rivela il quotidiano economico-finanziario britannico, questo potrebbe andare a vantaggio anche proprio della piccola imprenditoria. A cogliere il nuovo driver della politica cinese è stata tra le altre Alibaba, che si prepara a stanziare 15 miliardi di dollari entro il 2025 a supporto delle pmi e dei lavoratori della gig economy. Ma a scendere in campo sono state anche Tencent, Geely e Pinduoduo.

Legge sulla privacy sul web in vigore dal 1° novembre

Senza dimenticare poi la prima legge sulla privacy sul web che, approvata lo scorso 20 agosto dal Congresso del popolo, entrerà in vigore dal 1° novembre. E si prepara a imporre nuovi paletti alle aziende tecnologiche cinesi. Nel dettaglio, si parla di limitare “al minimo il trattamento delle informazioni personali” e tale trattamento dovrà avere “uno scopo chiaro e ragionevole”. Inoltre, le aziende dovranno ottenere il consenso degli individui coinvolti, identificare un responsabile della protezione dei dati e prevedere controlli periodici sulla conformità alla legge.

Ecco le azioni più penalizzate dalla stretta cinese

“Gli interventi regolatori, nella sostanza, appaiono del tutto ragionevoli per un Paese che vuole muovere il centro della sua economia dalle esportazioni ai consumi interni”, osserva Cordusio Sim in una nota. Ma per comprendere quali sono le azioni più penalizzate dalla stretta cinese, secondo la società di intermediazione mobiliare del Gruppo Unicredit, bisogna innanzitutto precisare che ci sono tre modi per investire nelle società della Terra del Dragone: le azioni domestiche cinesi, vale a dire di società con sede legale nella Cina continentale, denominate in renminbi e negoziate sui listini di Shanghai e Shenzen (definite “A-Share”); le azioni cinesi con sede legale fuori dalla Cina continentale, denominate in dollari di Hong Kong e negoziate sulla Borsa di Hong Kong (“H-Share”); e quelle denominate in dollari e negoziate negli Stati Uniti (“American depositary receipt” o “Adr”).

“Rispetto alla recente correzione l’indice Shanghai Shenzhen Csi 300 (A-share), costruito per replicare la performance delle top 300 società cinesi onshore, è sceso del 1,8% (total return in euro), l’indice Hang Seng China Enterprises (H-share) è sceso del 11,8% e l’indice S&P/Mellon China Adr è sceso del 25.6%”, spiega Cordusio Sim. Questo significa che il Far West normativo ha avuto un impatto negativo maggiore sulle società negoziate nelle borse statunitensi, tra cui proprio le big tech cinesi. “A nostro avviso questo segnala non solo una volontà regolamentare, ma anche una pressione sulle società quotate all’estero, affinché ritornino nel mercato cinese o almeno rispettino alcune delle più stringenti regole che le società onshore già devono seguire”, si legge nell’analisi. Che si chiude con una nota positiva. Per Cordusio Sim, le recenti rassicurazioni delle autorità cinesi mostrerebbero come l’attività regolamentatrice si avvii alla conclusione. E, con essa, anche il “recente picco di volatilità”.


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di Rita Annunziata

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Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.

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