Parità di genere: la top10 dei paesi più virtuosi al mondo

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Su 146 paesi analizzati nell’ultimo Global gender gap report 2022 del World economic forum, l’Islanda è la più virtuosa al mondo per parità di genere. Italia fuori dalla top10

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Ci vorrà oltre un secolo per colmare i divari tra donne e uomini: si parla di 132 anni, in leggero miglioramento rispetto ai 136 del 2021

Nel 2022 la parità di genere nella forza lavoro si attesta al 62,9%, il livello più basso mai registrato dalla prima compilazione dell’indice

Il countdown della parità di genere continua a scorrere a rilento: secondo l’ultimo Global gender gap report 2022 del World economic forum ci vorrà oltre un secolo per colmare i divari tra donne e uomini. Si parla di 132 anni, in leggero miglioramento rispetto ai 136 del 2021 ma significativamente distante dai 100 registrati prima dello scoppio della crisi pandemica.

Giunto alla sua XVI edizione, il Global gender gap index analizza l’evoluzione dei divari di genere in quattro aree: partecipazione economica e opportunità, livello di istruzione, salute e sopravvivenza, ed emancipazione politica. Su 146 paesi, l’Islanda è la più virtuosa al mondo, avendo colmato il 90,8% del divario di genere (dove con 100% si intende la piena parità). Sul podio anche Finlandia (86%) e Norvegia (84,5%). Seguono Nuova Zelanda (84,1%), Svezia (82,2%), Ruanda (81,1%), Nicaragua (81%), Namibia (80,7%), Irlanda (80,4%) e Germania (80,1%). Resta fuori dalla classifica dei paesi più virtuosi al mondo in termini di parità di genere l’Italia, che si posiziona 63esima.

Pandemia e recessione: gli effetti sulle donne

Nel 2022 la parità di genere nella forza lavoro si attesta al 62,9%, il livello più basso mai registrato dalla prima compilazione dell’indice. “Le diseguaglianze sono state significativamente esacerbate durante la pandemia, che ha aumentato l’onere del lavoro di cura sulle donne e ha chiuso molti settori con alti livelli di occupazione femminile, come viaggi, turismo e commercio al dettaglio”, spiega Saadia Zahidi, managing director del World economic forum. “Allo stesso tempo, alcuni dei settori più esposti sono quelli che impiegano un gran numero di donne: assistenza sanitaria, istruzione e altri lavori essenziali”. 

Se poi si guarda alla leadership al femminile, il rapporto sul divario di genere rivela che solo il 19% e il 16% delle posizioni ai vertici nel settore produttivo e in quello infrastrutturale sono ricoperte da donne. Una percentuale che sale al 40% nelle organizzazioni non governative e nell’istruzione. Nelle aziende Fortune 500 (lista annuale della rivista Fortune che classifica le 500 maggiori società statunitensi sulla base del loro fatturato, ndr) appena l’8,8% degli amministratori delegati sono donne.

Gap di genere: come chiuderlo per uscire dalla crisi

Eppure, spiega Zahidi, la parità di genere fa bene a tutti. Anche al business. “Quando il capitale umano è diversificato, le aziende diventano più creative e produttive, due qualità che continueranno a essere essenziali mentre le economie odierne si ricostruiscono e si ristrutturano”, osserva. I paesi che integrano più donne nella forza lavoro sono a loro volta più aperti a una crescita inclusiva e sostenibile. “Colmare il divario di genere e compensare le perdite legate alla pandemia è quindi fondamentale per una ripresa rapida e solida”, conclude Zahidi. 

Evidenziando infine cinque strade per accelerare il cammino verso la parità di genere e uscire dalla crisi:

  1. governo e imprese dovrebbero rinnovare l’attenzione sui settori più interessati, compresa una rivalutazione dell’assistenza sanitaria e dell’istruzione attraverso retribuzioni adeguate e una maggiore professionalizzazione;
  2. investire nelle infrastrutture sanitarie, settore creatore di posti di lavoro, per consentire alle economie di crescere;
  3. prestare maggiore attenzione a garantire l’accesso ai servizi finanziari, a internet e alle tutele legali anche ai gruppi svantaggiati;
  4. puntare sulle posizioni di leadership (al femminile) e sui role model;
  5. far sì che sempre più donne accedano alle industrie e alle professioni del futuro, come intelligenza artificiale, cloud computing e biotecnologie.

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di Rita Annunziata

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Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.

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