Mr Bezos o mr Brown? Dimmi il tuo cognome e ti dirò quante tasse paghi

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Da un recente e accreditato studio emerge che negli Usa l’imposizione fiscale si articola in modo differenziato a seconda della ricchezza del contribuente cui è riferita, ponendosi a favore dei super ricchi e a scapito delle classi medie

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I miliardari sono soliti ricorrere a strumenti e tecniche che permettono lecitamente di sottrarre a imposizione capitali e alleggerire al massimo il carico fiscale sui redditi

La pianificazione fiscale, in linea generale, può essere la strada giusta da percorrere per ottenere importanti sgravi fiscali e incrementi di guadagno

Il cognome che ognuno porta può dire molte cose di sé. Può raccontare delle origini familiari, essere traccia di aree geografiche e territori di provenienza; può, infine, testimoniare tradizioni linguistico-culturali che determinate popolazioni nel tempo si tramandano.

Allo stesso tempo, a differenza di quanto si possa pensare, il cognome è in grado di rivelare anche altri aspetti della vita; a prima vista non immediatamente percepibili.

Il cognome, infatti, può – in alcuni casi – divenire l’indice rivelatore della capacità contributiva di determinati soggetti, nonché della abilità, di questi, di proteggere la propria ricchezza. Ricorrendo a strumenti e strategie fiscali non alla portata di tutti.

È questo il caso, ad esempio, di cognomi come Bezos, Buffet, Musk, Gates, Zuckerberg.

Pronunciare questi cognomi, infatti, significa soprattutto parlare delle ricchezze da loro accumulate, e del modo in cui, nonostante le indiscusse fortune, questi miliardari riescono a proteggere i patrimoni posseduti dall’imposizione fiscale.

In questi termini, un recente studio pubblicato da ProPublica, sulla scorta di alcuni documenti riservati trapelati dagli archivi dell’Irs, (l’Agenzia delle entrate americana), restituisce un’immagine della società americana fortemente frammentata,  in cui i super-ricchi pagano meno tasse di quanto, invece, non faccia la middle-class.

Dal documento rilasciato da ProPublica, emerge che negli Usa l’imposizione fiscale si articola in modo differenziato a seconda della ricchezza del contribuente cui è riferita; incidendo, al contrario di quanto si possa credere, maggiormente sulle classi medie e favorendo, invece, i miliardari.

Interpretando le statistiche e i dati messi a disposizione dal report in commento, si può infatti assumere che se il tuo cognome è Brown (il 4° cognome più popolare negli Stati Uniti) e appartieni al ceto medio-borghese, con ogni probabilità sei sottoposto ad un’aliquota fiscale sul reddito ben più alta di quella che risulta esercitata sulla ricchezza di molti miliardari.

È opportuno soffermarsi sulle ragioni che spiegano questo trend; vale a dire il trend secondo cui gli ultra ricchi, i cd. ultrawealthy, riescono (legalmente) a proteggere il loro patrimonio, molto meglio di quanto riesce a fare la gente comune.

The very richest Americans win at the tax game, si legge nel report in commento.

I super ricchi americani sono vincenti in ambito fiscale in quanto, a differenza della gente comune, hanno accesso a strumenti e tecniche che permettono – pur senza entrare nell’illegalità – di sfruttare le crepe dei sistemi fiscali e sottrarre a imposizione capitali.

I miliardari, mediante complesse strategie di pianificazione fiscale, riescono ad ottimizzare al massimo gli oneri tributari, ad alleggerire i carichi impositivi e sottrarre al controllo dell’agenzia federale di riscossione dei tributi, e dei federal auditors, la loro smisurata ricchezza accumulata.

Uno scenario di questo tipo, si pone chiaramente in contraddizione con il sistema fiscale americano che, invece (almeno sulla carta), sembra progettato per essere progressivo; proponendosi di aumentare l’aliquota fiscale in funzione della ricchezza del contribuente.

L’inchiesta di ProPublica (The Secret IRS Files: Trove of Never-Before-Seen Records Reveal How the Wealthiest Avoid Income Tax), può allora dirsi, smonta il mito dell’efficienza del sistema fiscale americano, mettendo in luce una marcata mancanza di equità e una differenziazione (a beneficio dei ricchi) nel trattamento fiscale della ricchezza accumulata.

In effetti, mentre sulla famiglia americana media, che vive di solo stipendio e che difficilmente accumula ricchezza, grava un’imposta al 14%, gli ultraricchi, grazie a pianificazioni fiscali elaborate, riescono a sottoporre i loro profitti ad aliquote particolarmente basse. Che in media si aggirano al 3,4%.

Come bene viene messo in evidenza nel report, al crescere della ricchezza di un miliardario, diminuisce la soglia delle imposte dallo stesso sostenute. Mentre, all’aumentare dei redditi e delle entrate di una famiglia americana, aumenta la riscossione.

Non stupisce, allora, leggere che Buffett negli ultimi anni ha beneficiato di un’aliquota fiscale del tutto irrisoria (pari allo 0,1%), o che Bezos nel 2007 e nel 2011 non ha pagato imposte sul reddito. O, ancora, che Musk nel 2018 non ha versato nulla nelle casse degli Usa.

Al di là del contesto americano, si può ritenere che in generale i ricchi mantengono basse le loro aliquote fiscali perché sanno sfruttare al meglio, e in modo lecito, gli strumenti di pianificazione fiscale, adottando stratagemmi che, delle volte (per quanto semplici) risultano decisamente efficaci.

Negli Usa i miliardari, ad esempio, evitano di essere destinatari di retribuzioni periodiche o di salari al fine di sottrarsi alla tassazione del reddito, nella consapevolezza che in ipotesi di dichiarazione dei redditi congiunta (married filing jointly), e per redditi superiori allo scaglione di 62.2050 dollari, si applica un’aliquota al 37%.

Sfruttando tutte le strategie che permettono di organizzare il regime tributario della propria attività o impresa, i super-ricchi accumulano ricchezza tramite plusvalenze o dividendi, la cui tassazione è generalmente al 20%.

Un’altra strada percorsa dai super ricchi per ridurre il reddito imponibile è quella che passa per la filantropia e per le fondazioni di beneficenza, cui destinano ed elargiscono donazioni a numerosi zeri.

In un’ottica di risparmio fiscale, infatti, le operazioni filantropiche e di beneficenza permettono di recuperare buona parte delle erogazioni liberali in denaro o in natura versate.

Ebbene, anche se il tuo cognome non è Bezos, Gates o Buffett, è opportuno considerare tutte le strategie che, nell’ambito della piena legalità, consentono di proteggere il patrimonio, ottenere vantaggi fiscali e ridurre al minimo la base imponibile sulla quale possono essere calcolate le imposte.

Per tale ragione, se c’è una cosa che può essere appresa dal resoconto fino ad ora tratteggiato – che dipinge certamente una società piena di disuguaglianze -, è che è assolutamente opportuno ricorrere a consulenti ed esperti al fine di individuare i migliori strumenti per organizzare il regime tributario della propria attività e riorganizzare le proprie fonti di reddito.


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di Nicola Dimitri

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Redattore e coordinatore dell’area Fiscal & Legal di We Wealth. In precedenza ha lavorato nell’ambito del diritto tributario e della fiscalità internazionale presso primari studi legali

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