Le sfide dell’Italia in un mondo sempre più fragile e piccolo

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In un mondo fragile e piccolo l’unica risposta possibile è quella globale.  Tra inflazione, smartworking e clima ecco le sfide che si prospettano per l’Italia (e per il mondo)

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Centro Einaudi e Intesa Sanpaolo hanno presentato giovedì il XXV Rapporto sull’economia globale e l’Italia dal titolo “un mondo sempre più fragile”

Il Rapporto è stato curato da Mario Deaglio con i contributi di Giovanni B. Andornino, Giorgio Arfaras, Giuseppina De Santis, Ivan Lagrosa, Paolo Migliavacca, Giuseppe Russo e Giorgio Vernoni

La globalizzazione ha reso il mondo un posto più piccolo e per certi versi più fragile. “Goodbye Financial Repression, Hello Financial Crash” titolava un famoso paper degli anni Ottanta sintetizzando le conseguenze sia positive che negative che avrebbe comportato sul piano finanziario un mondo sempre più connesso. Trent’anni dopo quel titolo diventava realtà su larga scala: la crisi di un Paese – gli Stati Uniti – diventava nel giro di pochi mesi una crisi globale. Spostando le lancette del tempo avanti di un’altra decade, la pandemia ha reso evidente che i rischi di un mondo globale non sono solo finanziari. Nel mentre – che ci si trovi in Cina o negli Stati Uniti – la terra è sempre più calda e nuovi abitudini si stanno cementando nel vivere quotidiano di ognuno. All’alba di nuovo giorno, quali sono le sfide dell’Italia (e del mondo)?
A fare il punto sullo stato del mondo attuale è il XXV Rapporto sull’economia globale e l’Italia dal titolo “un mondo sempre più fragile” a cura Mario Deaglio. Secondo l’economista, innanzitutto c’è un problema di visione comune. L’andamento della pandemia – e soprattutto le risposte che i diversi governi hanno dato nell’emergenza – confermerebbe infatti la difficoltà delle società democratiche dell’Occidente a far fronte in maniera coordinata ed efficiente a un pericolo nuovo. Ai contrasti interni – politici, ma anche sociali e culturali – si aggiungono poi incomprensioni e fratture tra governi e paesi diversi: equilibri e rapporti di forza economica e politica vengono profondamente trasformati dalla pandemia. In sostanza, per Deaglio “la globalizzazione, come l’abbiamo vissuta negli ultimi trent’anni, è solo più argomento per i libri di storia”.

Le risposte economiche politiche e sociali alla pandemia sono state diverse. La Cina è stata la meno toccata nonché la prima a riprendersi e tornare alla crescita. Ciò è avvenuto in un contesto di riaffermata superiorità del partito stato (e dei suoi signori pro tempore) all’interno del paese e di chiusura crescente al resto del mondo, come gli esiti insoddisfacenti dell’indagine dell’OMS sull’origine del contagio o il giro di vite su Hong Kong ampiamente dimostrano. Alle prese con una crisi senza precedenti, l’Unione Europea, dopo qualche esitazione e qualche passo falso, ha trovato la forza per una risposta condivisa e solidale. “Siamo ambiziosi. Non lasciamo indietro nessuno. E offriamo prospettive per il futuro” ha dichiarato all’inizio del suo mandato la neo Presidente della Commissione Ursula von der Leyen. Gli Stati Uniti infine dopo una campagna vaccinale in tempi record e il passaggio di testimone alla Casa Bianca devo fare i conti con un popolo sempre più diviso (anche geograficamente).

Nonostante dunque i tre blocchi si sentano delle isole con i loro problemi, in realtà le sfide che devono affrontare sono le medesime. Tra queste innanzitutto la ripresa dell’inflazione, alimentata da fattori più o meno contingenti (la scarsità di materie prime provocata dai lockdown e dalla rottura delle catene produttive che ne è conseguita; l’impennata dei debiti pubblici) e da fattori strutturali: in primo luogo, la dinamica demografica, ossia l’invecchiamento della popolazione nei paesi sviluppati, Cina compresa, con la progressiva riduzione della popolazione attiva non controbilanciata da un’offerta “esogena” di lavoro, come invece era accaduto all’inizio della globalizzazione.

Si pone poi il problema del lavoro, trasformato dai lockdown: si contano a centinaia di milioni nel mondo gli addetti – delle banche, assicurazioni e società finanziarie, delle utilities, delle pubbliche amministrazioni ma anche degli studi professionali e delle società di informatica, dalle minuscole alle gigantesche – che da un giorno all’altro si ritrovano a lavorare da casa. Mentre le strutture sanitarie ma anche spedizionieri e corrieri infoltiscono i ranghi (la sola Amazon ha aggiunto oltre 400.000 persone ai suoi dipendenti, ossia cresce del 50 per cento in un anno come numero di addetti), molti altri – a cominciare dai servizi legati all’ospitalità e al turismo e dal piccolo commercio – perdono redditi e posti di lavoro. Se però, come stiamo vedendo, le persone hanno solo voglia di riprendere a viaggiare e a frequentare bar e ristoranti, altri comportamenti hanno subito mutamenti più profondi. Commercio on line e smart working sono qui per restare: a certificare la fine di un’epoca, nel 2020 le vendite di vestiti grigi – il simbolo del lavoro impiegatizio e manageriale nel secolo scorso – sono più che dimezzate rispetto al 2011.

Sullo sfondo resta poi la questione del cambiamento climatico, una sfida che coinvolge tutto il pianeta, su cui la collaborazione a livello globale è indispensabile, e il cui successo si gioca largamente sui tempi. La transizione energetica incombe e un mondo diverso comincia oggi a delinearsi: sempre più auto elettriche, ricorso crescente alla produzione di elettricità mediante fonti rinnovabili, aumento dell’uso dell’idrogeno sia in campo industriale sia nei trasporti. La decarbonizzazione potrebbe rivelarsi il volano di una rivoluzione produttiva e ambientale capace di cambiare il mondo. Ovviamente, in meglio. Il problema diventano le scelte connesse, tutte squisitamente politiche.

E l’Italia, in tutto questo? Arrivato alla crisi dopo vent’anni di stagnazione, il nostro Paese ha oggi per la prima volta, con il PNRR (Piano nazionale di ripresa e resilienza, finanziato con il Next Generation EU), le risorse per realizzare una trasformazione che non può essere solo produttiva. Alla riconversione dell’industria in direzione green e digitale devono accompagnarsi le riforme – in primo luogo giustizia, pubblica amministrazione e fisco – di cui hanno bisogno le imprese per esprimere il loro potenziale. Questo potenziale è straordinario, come dimostra la competitività inalterata della manifattura italiana, la ripresa dell’edilizia, la ritrovata solidità del sistema bancario, pur in un anno terribile. Di riforme però hanno bisogno non solo le imprese ma anche le persone. Ovunque nel mondo, la pandemia ha esacerbato le ingiustizie e colpito in modo più pesante i più deboli. In Italia, ciò si è tradotto in un ulteriore infragilimento del lavoro, in un sostanziale passo indietro dal punto di vista reddituale e di partecipazione al mercato del lavoro delle donne, in un inasprimento dei divari fra il Nord e il Sud del Paese esteso, questa volta, a esiti educativi che segneranno giovani e giovanissimi per gli anni a venire. Per ripartire l’Italia ha bisogno di investimenti “buoni”, in infrastrutture, in ricerca e innovazione, in formazione del capitale umano.


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di Lorenzo Magnani

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Laureato in Finanza e mercati Internazionali presso l’Università Cattolica di Milano, nella redazione di We Wealth scrive di mercati, con un occhio anche ai private market. Si occupa anche di pleasure asset, in particolare di orologi, vini e moto d’epoca.

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