Imprese: dal 2022 la parità di genere andrà “certificata”

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Nella missione 5 del Pnrr è prevista la definizione di un sistema nazionale di certificazione della parità di genere. La partenza è fissata per il secondo semestre del 2022

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Il sistema nazionale di certificazione della parità di genere potrà contare su un “tesoretto” da 10 milioni di euro (sui 19,8 miliardi dell’intera missione 5 del Pnrr)

Verso l’istituzione di un Tavolo sulla certificazione di genere delle imprese presso il Dipartimento per le pari opportunità, che ne definirà le linee guida

Claudia Segre: “Sono certa che farà da acceleratore per l’allineamento a nuove norme che dovrebbero anche essere affiancate da multe o sanzioni efficaci”

Il sostegno all’empowerment femminile, cuore pulsante della missione 5 (“lavoro e inclusione”) del Piano nazionale di ripresa e resilienza elaborato dal governo Draghi, si prepara a entrare nel vivo della modernizzazione del tessuto imprenditoriale tricolore post-pandemico. Con la definizione di un sistema nazionale di certificazione della parità di genere volto ad accompagnare e incentivare le aziende ad adottare policy adeguate a ridurre il gap di genere nelle aree considerate maggiormente “critiche”, dall’opportunità di crescita in azienda alla parità salariale a parità di mansioni, fino alle politiche di gestione delle differenze di genere e alla tutela della maternità. Un intervento che poggia su una ben definita tabella di marcia, che potrebbe prendere il via a partire dal secondo semestre del 2022 e che potrà contare su un “tesoretto” da 10 milioni di euro (sui 19,8 miliardi dell’intera missione).
“La certificazione per la parità di genere ha come scopo di ricondurre a una definizione univoca dei criteri e delle metodologie per definire una qualifica specifica, come un bollino di qualità sulla parità di genere in linea con i dettami del Goal 5 dell’Agenda 2030 dello sviluppo sostenibile”, spiega a We Wealth Claudia Segre, presidente della Global Thinking Foundation. “Verrà istituito un Tavolo sulla certificazione di genere delle imprese presso il Dipartimento per le pari opportunità, che definirà le linee guida. Poi, tramite una piattaforma di raccolta dati opportunatamente disaggregati per genere, verrà alimentato un database dal quale si evidenzieranno le imprese certificate, raccolte in un apposito albo”. Il sistema sarà aperto a tutte le tipologie di impresa (grandi, medie, piccole e micro) a partire dal secondo semestre del prossimo anno ed è prevista una fase sperimentale (fino al secondo semestre del 2026) in cui la certificazione sarà agevolata per le imprese di medie, piccole e micro-dimensioni.
“Queste imprese potranno usufruire di servizi di accompagnamento e di assistenza per potenziare anche strategie di più ampio respiro sul welfare aziendale e sui temi di diversità e inclusione, onde evitare che vi siano sacche di resistenza che non permetterebbero una piena attuazione di una strategia nata da una proposta della task force Donne per un nuovo Rinascimento della ministra Bonetti. Proprio l’anno scorso avevano tra l’altro sollevato la questione della certificazione aziendale di parità come un tema cruciale, e non solamente per garantire i diritti delle lavoratrici ma per accreditare un nuovo modello di sviluppo aziendale sostenibile per il nostro Paese”, osserva Segre.

Le imprese “in coda” per la certificazione

Al momento, spiega, sono 16 le società italiane inserite nell’indice di Bloomberg sulla parità di genere: A2A, Acea, Enel, FinecoBank, Hera, Intesa Sanpaolo, Iren, Leonardo, Mediobanca, Nexi, Poste Italiane, Snam, Stmicroelectronics, Terna, Tim e Unicredit. Ma anche “alcune aziende del settore della grande distribuzione e sedi multinazionali straniere hanno già dato un ottimo esempio in questo senso da anni”, aggiunge l’esperta. “Sono certa che per un Paese come il nostro, connotato da piccole e medie imprese, una certificazione farà da acceleratore per l’allineamento a nuove norme che dovrebbero anche essere affiancate da multe o sanzioni efficaci e quindi anche le pmi non perderanno l’opportunità per dare enfasi a quella S come sociale, dei criteri esg di sostenibilità, che potrebbe portargli un riconoscimento reputazionale e permettere all’Italia di recuperare terreno sul riconoscimento della parità di genere su più aspetti, da quella salariale a quella dei percorsi di carriera”.


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di Rita Annunziata

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Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.

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