La parità di genere vale 12mila miliardi di dollari

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Secondo un’analisi di McKinsey, intraprendere delle azioni per promuovere l’uguaglianza di genere permetterebbe di aggiungere 12mila miliardi di dollari al pil globale entro il 2030. Ma le donne si dimostrano più sensibili alle ricadute economiche della pandemia. Ecco cosa possono fare le imprese

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I posti di lavoro ricoperti dalle donne sono 1,8 volte più vulnerabili alla crisi rispetto a quelli degli uomini

La crescita del pil globale potrebbe essere più bassa di mille miliardi di dollari nel 2030 rispetto al caso in cui la disoccupazione femminile risulti allineata a quella maschile in ogni settore

Solo lo 0,6% su un campione di 4.561 aziende offre asili nido aziendali

Sebbene alcune evidenze dimostrino come la pandemia abbia avuto un impatto più negativo sugli uomini sul fronte sanitario al punto che il tasso di mortalità in paesi come la Cina, l’Italia e la Corea del Sud risulta essere due volte più elevato rispetto a quello femminile, le donne sembrano registrare i danni economici peggiori. Secondo un’analisi di McKinsey dal titolo Ten things to know about gender equality, i posti di lavoro ricoperti dalle donne sono 1,8 volte più vulnerabili alla crisi rispetto a quelli degli uomini e solo nel mese di maggio il 54% dei licenziamenti ha riguardato proprio le donne. Eppure, i dati dimostrano come le imprese che promuovono l’uguaglianza di genere registrino performance migliori. Ma andiamo per gradi.
Stando alla ricerca di McKinsey, il motivo principale dietro questo gap è che le donne operano principalmente nei settori più colpiti dalla pandemia. Inoltre, la chiusura di asili e scuole ha fatto sì che solo negli Stati Uniti la quantità di tempo che le donne dedicano oggi alle responsabilità domestiche sia cresciuta da 1,5 a due ore. Qualora non venga intrapresa alcuna azione per contrastare questa dinamica negativa, spiegano gli autori, la crescita del pil globale potrebbe essere più bassa di mille miliardi di dollari nel 2030 rispetto al caso in cui la disoccupazione femminile risulti allineata a quella maschile in ogni settore. Inoltre, questo impatto potrebbe essere ulteriormente acuito qualora le donne siano costrette ad abbandonare definitivamente il mercato del lavoro a causa di una ripresa più lenta, di maggiori responsabilità dal punto di vista dell’assistenza all’infanzia, e di una contrazione della spesa pubblica e privata in settori come l’istruzione e la custodia dei bambini. Al contrario, intraprendere azioni per promuovere l’uguaglianza di genere permetterebbe di aggiungere 12mila miliardi di dollari al pil globale nei prossimi 10 anni.
Ma cosa possono fare oggi le imprese per colmare questo gap? Secondo un’analisi de lavoce.info, un aiuto potrebbe giungere dal welfare interaziendale. In Italia, in particolare, i datori di lavoro delle piccole e medie imprese spesso non riescono a garantire importanti servizi alle famiglie, basti pensare che solo lo 0,6% su un campione di 4.561 aziende offre asili nido aziendali. “Le pmi potrebbero perciò beneficiare di una soluzione condivisa come quella del welfare interaziendale (o territoriale), costituito da reti di imprese che sfruttano le proprie risorse per offrire servizi condivisi su base territoriale – spiegano gli autori – Tuttavia, è una pratica poco diffusa in Italia a causa della mancanza di una cultura del welfare aziendale, intesa come conoscenza delle norme e delle opportunità a disposizione delle imprese”. Solo il 29% delle pmi, aggiungono, dichiara ad esempio di conoscere i flexible benefits, vale a dire “l’adozione da parte dell’impresa di un piano aggiuntivo alla retribuzione monetaria che consiste nell’erogazione di beni e servizi in maniera flessibile rispetto alle esigenze del lavoratore”, e unicamente l’1% li implementa.

Per sollevare dunque le donne dall’impatto dei carichi di cura sul loro lavoro, bisognerebbe lavorare sull’allargamento e la creazione di reti di welfare, identificando una piattaforma online che permetta di connettere le imprese della stessa area territoriale. Ma non solo. Secondo l’analisi de lavoce.info, si potrebbe istituire un premio annuale per le pmi che hanno ottenuto successi sul fronte della conciliazione vita-lavoro tramite le sinergie costruite dalla rete di welfare e “favorire il supporto reciproco tra le pmi nell’ampliamento dell’offerta di servizi di sostegno alla famiglia”.


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di Rita Annunziata

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Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.

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