Cosa potrebbe guastare la “festa” dei private market

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Le prospettive di succosi ritorni stanno spingendo i mercati privati come mai prima: ma le promesse potrebbero non essere mantenute

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Nei primi sei mesi del 2021 il solo private equity ha attirato 539 miliardi di dollari, sbriciolando i ogni record

La storica sovraperformance dei private market sulle società quotate, però, potrebbe essere minata da vari fattori, ha sostenuto il global finance correspondent del Financial Times, Robin Wigglesworth

Le valutazioni azionarie storicamente elevate e le scarse prospettive di rendimento del comparto obbligazionario stanno spingendo il private equity verso il suo miglior anno di sempre. La caccia ai rendimenti  è alla base della crescita dei private market, meno trasparenti e liquidi e anche per questo pressoché residuali nelle allocazioni di portafoglio di un tempo. La musica, però, è cambiata.

Alcuni giorni fa l’aveva confermato a questo giornale anche il cio di Ubs wealth management Italy, Matteo Ramenghi: “Se fino a qualche anno fa i private market erano considerati “sostanzialmente una nicchia”, oggi sono ritenuti “necessari per aumentare i rendimenti e cogliere opportunità non disponibili sui mercati quotati”. Secondo la società di consulenza Bain & Company il solo private equity ha registrato deal da 539 miliardi di dollari nei soli primi sei mesi del 2021, una cifra tale “far saltare la copertina dai libri dei record”, aveva affermato Hugh MacArthur, responsabile globale della società per questo segmento di mercato.

Le condizioni macroeconomiche e le alternative disponibili sembrano favorire il consolidamento del trend anche nel prossimo futuro. Ma secondo il global finance correspondent del Financial Times, Robin Wigglesworth, salire sul treno dei private markets nella speranza di centrare gli obiettivi di investimento potrebbe rivelarsi una “delusione”. Le ragioni sono molteplici.

E’ vero, i mercati non quotati hanno sovraperformato le controparti pubbliche negli ultimi due decenni, ma parte del fenomeno sarebbe dovuto al contributo dei top performer, i cui risultati incidono significativamente sulla media del settore. “Questo rende il rendimento medio artificialmente attraente per molti piani pensionistici disperati, che potrebbero invece finire per pagare commissioni enormi per qualcosa che in pratica è poco più che oro fasullo ”, ha dichiarato Wigglesworth.

A questo punto si potrebbe decidere di indirizzare gli investimenti in private markets concentrandosi solo sugli attori che storicamente hanno registrato le migliori performance. Ma anche in questo caso la strategia avrebbe i suoi limiti. Perché, innanzitutto, le società non quotate che segnano i migliori ritorni tendono a mettere un tetto sui fondi che sono disposti ad accettare dagli investitori, costringendoli “ad allocare denaro su attori più mediocri o rischiosi”. A ciò si aggiunge un’altra considerazione: ora che viene indirizzato molto più denaro sui private market sarà “estremamente probabile” che i ritorni per tutti si assottiglieranno nei prossimi anni, “anche per per le rock star del settore”, ha affermato Wigglesworth.

La Securities and Exchange Commission, inoltre, ha iniziato a interrogarsi sulle possibili conseguenze sistemiche del peso crescente dei mercati privati. Le società quotate offrono molta più trasparenza a chi investe, per questo chi sceglie le private company si assume un rischio superiore. Ma c’è di più: secondo quanto affermato questo ottobre dalla commissaria della Sec Allison Herren Lee, il flusso di denaro che finisce nei capitali privati “va nell’oscurità” e diventa difficile da vigilare anche per le autorità e i decisori politici. E’ un’opacità che, inoltre, potrebbe a significative inefficienze nell’allocazione di capitale.


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di Alberto Battaglia

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Responsabile per l’area macroeonomica e assicurativa. Giornalista professionista, è laureato in Linguaggi dei media e diplomato in Giornalismo all’Università Cattolica

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