Private market, Ramenghi: “Non più una nicchia, boom di investimenti”

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Secondo Matteo Ramenghi di Ubs wealth management Italy investire nei private market, all’interno di un portafoglio diversificato, può garantire rendimenti più elevati. Al di là dei rischi

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I dati dell’Ubs global family office report 2021, che analizza le asset allocation di 191 family office per un patrimonio totale di 226 miliardi di dollari, rivelano come il peso di questi investimenti abbia superato il 18% del totale

Matteo Ramenghi: “La crescente diffusione di questa asset class è riconducibile in primo luogo alla convinzione che sia in grado di offrire rendimenti più elevati di quelli dei portafogli tradizionali”

Se fino a qualche anno fa i private market erano considerati “sostanzialmente una nicchia”, oggi sono ritenuti “necessari per aumentare i rendimenti e cogliere opportunità non disponibili sui mercati quotati”. Al di là dei rischi insiti. Secondo una nuova analisi rilasciata in esclusiva a We Wealth e condotta da Matteo Ramenghi, chief investment officer di Ubs wealth management Italy, il ruolo degli investimenti non quotati in società o asset reali è andato infatti via via crescendo.
I dati dell’Ubs global family office report 2021, che analizza le asset allocation di 191 family office per un patrimonio totale di 226 miliardi di dollari, rivelano come il peso di questi investimenti abbia superato il 18% del totale, raggiungendo un picco del 31% se si include l’immobiliare. Inoltre, il 42% dei family office intende incrementare l’allocazione al private equity. Un interesse che sembrerebbe travolgere anche gli investitori sofisticati. Dati Preqin suggeriscono che i piani pensionistici statunitensi hanno mediamente aumentato l’esposizione ai private market dal 17% del 2012 al 21% del 2019.
A fare gola, come anticipato in apertura e precisato da Ramenghi, è la convinzione che questa asset class “sia in grado di offrire rendimenti più elevati di quelli dei portafogli tradizionali”. A seguito delle politiche monetarie espansive implementate dal 2009 in poi, spiega l’esperto, “le aspettative di rendimento per quasi tutte le tipologie di asset class, in particolare per le obbligazioni, sono diminuite, rendendo più complesso il compito dei gestori”. E la situazione si è ulteriormente complicata recentemente a causa dell’aumento dell’inflazione, “che ha spinto buona parte del comparto obbligazionario verso rendimenti reali negativi (che non riescono a compensare l’inflazione)”, scrive Ramenghi.

I private market, in questo contesto, potrebbero “aiutare ad alleviare queste difficoltà”, considerando che storicamente hanno “consentito di ottenere ritorni superiori ai mercati quotati”. Certo, non mancano dei rischi. Primo fra tutti l’illiquidità e quindi la difficoltà o l’impossibilità di uscire prima della scadenza, racconta Ramenghi, ma anche la leva finanziaria che può essere molto elevata, la concentrazione su un numero limitato di società e la minore trasparenza rispetto ai mercati quotati.

Allo stesso tempo, precisa, i private market possono consentire di darsi obiettivi di lungo termine. “Inoltre, si tratta di operazioni nelle quali il gestore è coinvolto nei processi decisionali dell’azienda e quindi non si limita a scegliere un titolo in cui investire ma, acquisendo una quota importante del capitale, può influire direttamente sulla gestione dell’asset determinando cambiamenti strategici e operativi. Infine, da un punto di vista di gestione del portafoglio, vi è l’opportunità di incrementarne la diversificazione includendo quote o crediti nei confronti di società di minori dimensioni o in fasi particolari del ciclo di vita aziendale (startup o ristrutturazione), infrastrutture che consentono di avere rendimenti non correlati al ciclo economico o immobili”.

Senza dimenticare che l’ingente liquidità raccolta da questa tipologia di investitori rappresenta uno dei motori fondamentali dell’attuale boom di fusioni e acquisizioni, spiega il cio. Poi conclude: “Inserire una quota di private market in un portafoglio diversificato può accrescere i rendimenti attesi e ampliare il raggio di azione, raggiungendo società innovative nella fase iniziale di sviluppo. L’illiquidità, d’altra parte, richiede di poter far fronte a qualsiasi esigenza senza smobilizzare il capitale investito per molti anni. Si tratta insomma di investimenti che possono dare un buon contributo come componente satellite di un portafoglio diversificato”.


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di Rita Annunziata

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Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.

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