Turismo: ecco le 7.500 imprese che non ripartono

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I risultati della stagione estiva sul turismo italiano mostrano i segni della ripresa. Una ripresa che, tuttavia, taglia fuori ben 7.500 imprese. Ecco quante rischiano il default

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Secondo gli ultimi dati raccolti dal Centro studi turistici di Firenze per Assoturismo Confesercenti, tra giugno e agosto è stato registrato l’arrivo di più di 33 milioni di turisti per 140 milioni di pernottamenti (in crescita del 21% sul 2020)

Il turismo organizzato fatica ad afferrare la ripresa: segnato negli ultimi 18 mesi un calo dell’85% del fatturato rispetto al 2019 per le 7.500 imprese attive nel settore con oltre 12 mila punti vendita

Gianni Rebecchi: “Servono ulteriori sostegni. Un decreto ad hoc per il settore che comprenda tutte le iniziative già introdotte in passato e che dovranno proseguire almeno fino al primo semestre del 2022”

Prima le immagini delle spiagge affollate circolate sui media poi il boom di pernottamenti (italiani e stranieri) nel mese di agosto: i risultati della stagione estiva superano le attese e mostrano un settore, quello del turismo, che rivela i segni della ripresa. Una ripresa, tuttavia, che sembrerebbe tagliare fuori ben 7.500 imprese. E che nelle parole di Gianni Rebecchi, presidente nazionale di Assoviaggi Confesercenti intervistato da We Wealth, rende necessario ancora un prolungamento dei sostegni “almeno fino al primo semestre del 2022”. Anche per evitare default e licenziamenti.
Secondo gli ultimi dati raccolti dal Centro studi turistici di Firenze per Assoturismo Confesercenti, che ha coinvolto un campione di 2.085 imprese ricettive attive sul territorio nazionale, tra giugno e agosto è stato registrato l’arrivo di più di 33 milioni di turisti per 140 milioni di pernottamenti (in crescita del 21% sul 2020). Complici soprattutto gli italiani con 105 milioni di pernottamenti (+19,6% sullo scorso anno) ma anche gli stranieri con 35 milioni (+25%). La crescita più sostenuta della domanda ha riguardato le imprese delle località dei laghi (+29% nel trimestre appena concluso) ma anche le località termali (+27,4%). Seguono le città d’arte (+25,4%), le località marine (+19%) e della montagna (+13,1%).
Ma sebbene le presenze abbiano registrato un “più” del 21,9% nel comparto alberghiero e del 19,9% nell’extralberghiero, spiega l’associazione, si tratta principalmente di un flusso di domanda autorganizzata. Che vede il turismo organizzato (dalle agenzie di viaggio ai tour operator) faticare ad afferrare il trend della ripresa, in entrambi i fronti su cui opera: l’outgoing (i flussi di turisti italiani che si recano all’estero) e l’incoming (i flussi turistici in arrivo dall’estero). “Quanto all’outgoing oggi vigono ancora una serie di divieti e limitazioni per chi intende raggiungere quasi la totalità dei paesi a estrazione inglese. I decreti e le successive ordinanze del ministero della Salute prevedono per esempio fino al 25 ottobre la quarantena per chi rientra dalle località al di fuori dei confini europei e tamponi prima della partenza che non incoraggiano probabilmente gli spostamenti”, spiega Rebecchi.

“Elementi che hanno contribuito a determinare negli ultimi 18 mesi un calo dell’85% del fatturato rispetto al 2019 per le 7.500 imprese attive nel settore con oltre 12 mila punti vendita, a carattere multinazionale ma anche di piccole dimensioni. Un fatturato che, due anni fa, si traduceva in circa 14 miliardi. Uno studio effettuato su circa 500 aziende rivela inoltre che, in caso di una mancata ripartenza, a rischio default sono circa l’80% delle imprese”. Senza dimenticare che il settore, aggiunge, impiega 86mila lavoratori. E che “quando gestisce gli incoming, consente una ricaduta omogenea della spesa turistica sui territori, tra guide turistiche, ristoranti, alberghi e servizi di transfer”. Con tutti gli effetti (negativi) derivanti da una sua mancata ripartenza sulle attività a esso connesse.

C’è poi anche il nodo green pass che gioca la sua parte (non solo sul turismo organizzato). “L’obbligo della certificazione verde nei pubblici esercizi e nella ristorazione è stato introdotto nel pieno della stagione estiva, quando circa 20mila italiani circolavano nel nostro Paese. Riteniamo che sarebbe stato più opportuno introdurlo in un periodo differente, non in uno caratterizzato da un così importante flusso turistico che ha portato a migliaia di cancellazioni”, osserva Rebecchi. L’Italia, ricorda, nel 2019 era il secondo paese al mondo per incidenza del turismo sul pil (13%), preceduta unicamente dalla Spagna. Ma il rimbalzo degli ultimi due mesi potrebbe non essere sufficiente a garantirle ancora quel primato.

“Il turismo è ripartito a giugno, ma gli ottimi numeri registrati si concentrano principalmente nelle aree balneari e non in altri contesti in cui prima era un settore trainante, come le città d’arte”, avverte Rebecchi. “Se non ricominciano gli eventi, le grandi fiere e i grandi appuntamenti, a condizioni che consentano ai turisti stranieri vaccinati di rientrare nella Penisola senza troppa burocrazia, avremo serie difficoltà a ripartire. E altrettanto difficilmente torneremo ai livelli pre-covid. Servono ulteriori sostegni. Un decreto ad hoc per il settore che comprenda tutte le iniziative già introdotte in passato (crediti d’imposta, cassa integrazione, ammortizzatori sociali) che dovranno proseguire almeno fino al primo semestre del 2022”.


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di Rita Annunziata

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Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.

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