Transizione energetica: ecco i campioni italiani dell’idrogeno

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In un nuovo report di Intesa Sanpaolo, la mappatura delle 133 aziende italiane già attive nella filiera dell’idrogeno. Anche di piccolissime dimensioni

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Nell’analisi non solo i big player del settore energetico, delle costruzioni e della manifattura (come Snam, Eni, Enel, A2A, Edison e Italgas) ma anche micro imprese con meno di due milioni di fatturato

Un’azienda su due appartiene al manifatturiero, con una prevalenza della meccanica, dell’elettronica e dell’elettrotecnica. Segue la sezione Ateco delle attività professionali, scientifiche e tecniche

L’utilizzo dell’idrogeno come vettore energetico, negli ultimi anni, ha fatto drizzare le antenne a governi e industrie. Guadagnando spazio anche nel dibattito politico sulla transizione “green”. Un gas che, a livello globale, ha attirato 1,5 miliardi di dollari di investimenti annuali solo nel triennio 2018-2020 e che nel Piano nazionale di ripresa e resilienza dell’Italia (che è in procinto di pubblicare una strategia nazionale in tal senso) vede già destinati 3,19 miliardi di euro finanziati dal Next generation Eu alla promozione della sua produzione, distribuzione e usi finali. Un’innovazione inoltre, scrive la direzione studi e ricerche di Intesa Sanpaolo nel nuovo rapporto Transizione energetica: la filiera delle tecnologie delle rinnovabili in Italia, che “ha il potenziale di creare nuove opportunità di specializzazione e crescita, non solo per i grandi player del settore energetico ma anche per la realtà manifatturiera e ingegneristica” tricolore. Ecco la mappa delle imprese del territorio (anche di piccole dimensioni) già attive in tal senso. O che sembrano intenzionate a coglierne i benefici.
Si tratta di 133 aziende, selezionate dagli analisti sulla base di tre filoni fondamentali: coloro che hanno depositato presso l’European patent office brevetti relativi a tecnologie per l’idrogeno e alle fuel cells, individuate attraverso la classificazione Env-tech dell’Oecd (per un totale di 220 brevetti e 66 imprese); quelle che appartengono all’associazione italiana di categoria H2IT; e quelle che appartengono alla European clean hydrogen alliance. Escludendo, si precisa nel rapporto, le realtà che risultano in liquidazione al 2019. Un campione che riporta un fatturato complessivo vicino agli 85 miliardi di euro e oltre 130mila addetti (stando ai dati del 2019), e che non conta solo i big player del settore energetico, delle costruzioni e della manifattura (come Snam, Eni, Enel, A2A, Edison e Italgas), ma anche micro imprese con meno di due milioni di fatturato (che rappresentano più di un quarto del campione). Piccole aziende attive principalmente nella ricerca e sviluppo e nella consulenza ingegneristica, il 65% delle quali ha già depositato brevetti legati alle tecnologie a idrogeno.

L’analisi complessiva per settori mostra come un’impresa su due appartenga al manifatturiero, con una prevalenza della meccanica, dell’elettronica e dell’elettrotecnica. Segue la sezione Ateco delle attività professionali, scientifiche e tecniche (con il 63% delle aziende di micro o piccole dimensioni), operanti in primis nella consulenza, negli studi di architettura, ingegneria e collaudi tecnici, e nella ricerca e sviluppo. Quanto alla provenienza geografica, il 40,5% del campione è situato nelle regioni del nord-ovest e raccoglie oltre il 50% del fatturato totale. Al secondo posto il nord-est, dove viene prodotto un terzo del fatturato totale, mentre chiudono il cerchio centro e mezzogiorno, che contano rispettivamente il 20,7 e il 7,8% delle imprese.

L’aspetto interessante, spiegano gli analisti della direzione studi e ricerche di Intesa Sanpaolo, è che il tessuto imprenditoriale tricolore si distingue per una forte propensione all’innovazione. Anche tra le piccolissime. Eliminando dal campione i big player, infatti, sono stati identificati oltre 2.600 brevetti depositati all’European patent office. E le aziende di piccole dimensioni sono anche quelle che rivelano il “più alto grado di specializzazione nelle tecnologie legate alla riduzione delle emissioni, con la quota media di brevetti green sul totale che raggiunge l’81% tra le micro imprese”, si legge nello studio. Nel dettaglio, la categoria più diffusa in generale in tal senso è quella di “environmental management”, sull’abbattimento delle emissioni con tecnologie post-combustione. Per le aziende micro, invece, prevalgono le tecnologie per la riduzione delle emissioni nella produzione di energia (rinnovabili, efficientamento energetico, sistemi di accumulo, fuel cells e tecnologie legate all’idrogeno).

Certo, precisano gli analisti, l’incertezza a livello normativo e regolatorio sul settore resta uno dei principali ostacoli alla crescita degli investimenti. Un gap che, per scavalcarlo, vede le imprese di medie dimensioni tecnologicamente avanzate nella ricerca proporre “le proprie competenze ai grandi player nazionali e internazionali, partecipando e aggiudicandosi bandi internazionali su progetti di utilizzo diverso dell’idrogeno”. Un contesto che rende complesso costruire filiere locali competitive nel medio termine utili a consentire un aumento di scala nella produzione dell’idrogeno e una conseguente contrazione dei costi. In definitiva, concludono gli analisti, la strada “per la costruzione di una filiera dell’idrogeno richiede ingenti investimenti e progetti su larga scala possibili solo con un approccio di sistema che necessariamente passa attraverso il coinvolgimento pubblico, per raggiungere obiettivi di sviluppo economico diffuso e miglioramento dell’ambiente. A beneficio dell’intera comunità”.


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di Rita Annunziata

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Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.

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