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Gli investitori privati che vogliono diventare soci di una startup o di una pmi innovativa hanno a disposizione diverse modalità per farlo
Gligli (Blue Ocean): la comunicazione è la chiave per liberare il potenziale dell’ecosistema startup italiano, attualmente indietro rispetto ad altri paesi europei
Le strade per investire
La seconda strada, continua Gigli, è l’angel investing: l’investitore che possiede il know-how in un determinato settore può infatti considerare di diventare un business angel. In questo caso, il punto di contatto è rappresentato dalla conoscenza del settore da parte dell’investitore, che viene messa a disposizione dell’azienda.
Infine, una terza via è quella dei portali di equity crowdfunding (regolati da Consob), che consentono agli investitori, attraverso le campagne, di entrare nel capitale di una o più aziende, diventandone soci. Gigli definisce questo tipo di approccio “un investimento più finanziario che operativo, che non passa necessariamente per la conoscenza delle persone o del settore”.
C’è da dire, l’investimento in startup è sicuramente più rischioso rispetto ad altri asset tradizionali, un rischio che per Gigli è legato soprattutto all’illiquidità delle aziende più piccole e non quotate e “per questo è bene che non superi il 5/10% del portafoglio liquido” di un investitore. “Una buona strategia che può attuare un investitore per mitigare il rischio illiquidità è quella di investire in startup che abbiano un chiaro percorso di come rendere liquida la propria partecipazione e che quindi abbiano già una traiettoria finanziaria di crescita ed eventuale una exit o quotazione in programma”.
Il potenziale inespresso dell’ecosistema italiano e l’importanza della comunicazione
Perché ciò non accade? Il problema principale, secondo Gigli è la mancanza di dialogo tra questi due mondi. “Da un lato – spiega – nella ricerca dei soci, le startup dovrebbero mettersi nell’ottica dell’investitore comprendendone le esigenze e cercando un linguaggio comune, dall’altro, i risparmiatori privati devono lavorare molto a livello di imprenditorialità e mettersi nei panni dell’imprenditore in quanto soci”. “È un matrimonio – conclude Gigli- questi due mondi devono parlare la stessa lingua perché funzioni”.

