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Nella top 5 della classifica globale si posizionano Danimarca, Lussemburgo, Svizzera, Regno Unito e Francia
Secondo i ricercatori, vi è una correlazione positiva tra i risultati dal punto di vista della sostenibilità e i livelli di prodotto interno lordo pro capite
Lo studio, giunto alla 22esima edizione, analizza 180 paesi sulla base di 32 indicatori di performance anche se, precisano i ricercatori, non tiene conto degli sviluppi recenti, incluso il calo dell’inquinamento atmosferico dovuto alle misure di contenimento del contagio da covid-19 e le emissioni di gas serra provocate dagli incendi amazzonici del 2019. Il punto è cercare di comprendere in che modo i singoli governi stanno affrontando le sfide ambientali, dalla tutela della biodiversità alla qualità dell’aria e dell’acqua, e come la prosperità economica possa allo stesso tempo rappresentare la malattia e la cura di una problematica che lascia indietro soprattutto i paesi in via di sviluppo.
In questo contesto, nonostante lo scivolone, l’Italia si classifica al primo posto per la protezione del bioma terrestre, al 10° per gli stock ittici e all’11° per la qualità dell’acqua potabile. Ma il covid-19 potrebbe rappresentare il punto di partenza per un futuro ancora più all’insegna della sostenibilità. Secondo i ricercatori, la pandemia globale ha messo in evidenza l’importanza non solo dell’interdipendenza tra le nazioni ma anche dell’investire nella resilienza. “Le conseguenze indesiderate delle chiusure in molte nazioni includono un forte calo dei livelli di inquinamento”, precisa lo studio. Uno “scorcio inaspettato” di quello che il pianeta potrebbe diventare, ispirando quindi la trasformazione politica necessaria per un futuro al contempo “economicamente vigoroso e rispettoso dell’ambiente”.

