Sos capitali? Quando il private equity è la soluzione

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Il numero di società quotate è sceso drasticamente, ma le aziende continuano a necessitare di capitali. A vincere è il private equity, che ha conosciuto una crescita di oltre sei volte rispetto all’inizio del XXI secolo. Ma cosa significa questo per gli investitori? Lo rivela uno studio della Willis Towers Watson Investments

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Negli Stati Uniti il numero di società quotate sul mercato azionario si è dimezzato dalla fine degli anni ’90 a oggi

Oggi, il valore totale di tutte le società non quotate nel mondo supera i 100 triliardi di dollari

“Ci aspettiamo che il mercato del private equity possa continuare ad avere una quota di assoluta rilevanza nel panorama istituzionale futuro”, commenta Marco Radice

Sempre più aziende, alla ricerca di capitali, abbandonano la strada della quotazione per rivolgersi al private equity. I numeri, infatti, parlano chiaro. In mercati come quello statunitense o quello britannico, il tasso di quotazione pubblica è sceso drasticamente. Negli Stati Uniti, in particolare, il numero di società quotate sul mercato azionario si è praticamente dimezzato dalla fine degli anni ’90 a oggi, passando da un picco di oltre 8.000 prima del 2000 a poco più di 4.000 ai giorni nostri.

A evidenziarlo è una ricerca del Thinking Ahead Institute, un gruppo di ricerca globale no-profit di Willis Towers Watson. Secondo Marco Radice, client relationship director, e Matteo Fiocchi, practice leader executive compensation & strategic rewards, sono diverse le motivazioni che spingerebbero le imprese ad allontanarsi dal mercato tradizionale e a rivolgersi con sempre maggior favore al private capital. In particolar modo, le imprese percepiscono ritorni più stabili nel medio termine quando vengono finanziate con capitali privati rispetto a quanto succede una volta quotate su mercati regolamentati. Si aggiunga il costo del processo di Ipo e i costi indiretti legati alla necessità di organizzare un sistema di governo dell’impresa che sia compliant con requisiti normativi sempre più stringenti.

La raccolta del private equity, in questo contesto di mercato, è cresciuta fino a raggiungere oltre tre triliardi di dollari, registrando una crescita di oltre sei volte rispetto all’inizio del XXI secolo.

Ma cosa significa per gli investitori?

“Quando le imprese riescono a trovare capitali sufficienti al di fuori del mercato tradizionale, la scelta degli azionisti di procedere con la quotazione su mercati regolamentati resta un’opzione efficace solo in alcuni specifici casi”, si legge nella ricerca. Per alcune imprese attive in mercati particolarmente maturi, infatti, l’accesso al mercato tradizionale continua a essere una decisione interessante nel momento in cui raggiungono una scala sufficientemente elevata da diventare l’unico modo per ottenere liquidità sufficiente.  L’accesso al mercato pubblico, quindi, resta una soluzione sempre più spesso considerata in stadi di crescita avanzata dell’impresa e questo perché le imprese in fase di startup e/o di consolidamento della propria posizione sul mercato preferiscono rimanere più agili, senza obblighi di sistematica informativa al pubblico di informazioni anche strategiche, cosa che può rallentarne la competitività e, quindi, la crescita.

Oggi, il valore totale di tutte le società non quotate nel mondo supera i 100 triliardi di dollari, dato ben al di sopra della somma delle capitalizzazioni di tutte le società quotate nel mondo.

Ecco spiegato perché il portafoglio di investitori istituzionali guarda con crescente attenzione al private equity, fermo restando che sta diventando sempre più attuale per il comparto del private equity la necessità di aggiornare e rinnovare le proprie strategie anche di raccolta.

Cosa accadrà dunque nel futuro?

Secondo i ricercatori della Willis Towers Watson, è possibile che il private equity subisca un cambiamento strutturale, prendendo spunto dai modelli di investimento “passivo” che stanno prendendo sempre più piede. Per evitare che il proprio modello di investimento possa risultare un domani poco efficace, così come sta succedendo nel mondo delle società quotate, è fondamentale osservare con attenzione i nuovi trend che spaziano da modelli di club deal fino al crowdfunding che consentono di poter gestire le imprese per periodi di tempo indefiniti.

“La tecnologia diventa quindi centrale per supportare questo cambiamento. È, infatti, possibile che le piattaforme di crowdfunding già esistenti per connettere aziende e investitori nei mercati privati ​​possano evolversi per diventare le nuove borse private o persino utilizzare i vantaggi della multi-proprietà offerta dalla tecnologia blockchain per aprire gli investimenti nei mercati privati ​​a un nuovo segmento di investitori”, spiega Marco Radice, che conclude: “Qualunque sia il percorso che le imprese sceglieranno di intraprendere in futuro, ci aspettiamo che il mercato del private equity possa continuare ad avere una quota di assoluta rilevanza nel panorama istituzionale futuro”.


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di Rita Annunziata

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Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.

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