Sin stock: quanto rende investire sulle “azioni del vizio”

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I cinici, a Wall Street, sembrano sempre meno: ma i dati suggeriscono che escludere di netto le sin stock sacrifica parte dei ritorni

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Un recente articolo scientifico pubblicato sul Journal of Sustainable Finance & Investment ha messo in luce come il vecchio adagio della diversificazione continui ad essere il più vantaggioso, almeno sotto il profilo strettamente finanziario. Vale anche quando si investe su alcol, tabacco o compagnie petrolifere

“Escludere ‘ingenuamente’ un gran numero di sin stock può abbassare il rendimento azionario atteso dello 0,25-0,50%. Anche se questo può sembrare poco, un fondo pensione che sottoperforma i suoi pari di una tale quantità può finire per fornire circa il 5% di pensioni in meno nel lungo periodo”, hanno affermato gli autori dello studio

Le valutazioni di tipo etico stanno stanno influenzando sempre di più le scelte di investimento. L’idea di bloccare alcuni settori “immorali”, estromettendoli dal proprio portafoglio suona, tuttavia, come una clamorosa eccezione alla regola aurea della diversificazione.

In inglese la locuzione “sin stock” sintetizza tutti quei settori che, proprio per il loro controverso impatto sulla società, tendono a essere esclusi dalle scelte d’investimento. I più noti sono l’industria del tabacco, delle armi, ma anche la pornografia, il gioco d’azzardo e, con attenzione sempre maggiore, l’industria dei combustibili fossili.

Molte analisi hanno provato a misurare se l’investimento etico o green aumenti o riduca le performance d’investimento. L’esercizio inverso è un po’ più impopolare, ma resta rilevante. Chi taglia fuori i “vizi” dal proprio portafoglio, a cosa sta rinunciando?

L’argomento è destinato a diventare sempre più importante nei prossimi anni, con la crescita persistente dell’investimento responsabile. Alcuni hedge fund manager come Crispin Odey, infatti, avevano individuato in alcuni settori scartati dall’industria Esg allettanti opportunità d’investimento, grazie a valutazioni costantemente schiacciate verso basso dal fenomeno “green”.

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Ad aver messo alla prova dei dati l’impatto dell’esclusione delle sin stock sui ritorni è stato, in uno dei tentativi più recenti, il capo della ricerca presso Robeco AM, David Blitz. Un articolo scientifico pubblicato lo scorso settembre sul Journal of Sustainable Finance & Investment ha messo in luce come il vecchio adagio della diversificazione continui ad essere il più vantaggioso, almeno sotto il profilo strettamente finanziario. L’esclusione delle sin stocks, infatti, ha comportato una modesta, ma visibile riduzione dei ritorni di portafoglio. Per la precisione, gli autori stimano “che escludere ‘ingenuamente’ un gran numero di azioni del peccato può abbassare il rendimento azionario atteso dello 0,25-0,50%. Anche se questo può sembrare poco, un fondo pensione che sottoperforma i suoi pari di una tale quantità può finire per fornire circa il 5% di pensioni in meno nel lungo periodo”.

Il risultato è il frutto dell’analisi delle serie storiche dei rendimenti tratta dalla libreria di dati online di Kenneth French, identificando come “viziosi” 11 settori potenzialmente candidati all’esclusione in portafoglio: fumo, birra, armi (per l’impatto morale e sulla salute) carbone, petrolio, servizi pubblici, trasporti, miniere, oro (per l’impronta ambientale), bibite gassate e pasti (per gli effetti sull’obesità).

Per ciascun settore gli autori del paper hanno estratto i rendimenti mensili sottraendo il rendimento privo di rischio. Infine, è stata depurata dal paniere media combinato, la componente che si riferisce settori controversi (pari all’11%), per vedere di quanto venisse alterata la performance complessiva del portafoglio. Risultato: escludendo le sin stock dal paniere di mercato si ottiene una perdita di rendimento dello 0,27%.

In particolare, è emerso che il settore più problematico da escludere, in termini di rinunce sotto il profilo delle performance è quello petrolifero.

Secondo Blitz queste evidenze invitano a una riflessione, in particolare, sul come sostituire nel modo più efficiente le sin stock – ove si ritenga necessario farlo – minimizzando l’impatto sui ritorni. Infatti l’analisi empirica non mostra uno specifico premio di performance per le azioni del peccato: piuttosto, “le esclusioni generalmente portano a rendimenti attesi più bassi poiché incidono implicitamente contro fattori come il valore, la redditività, l’investimento e il basso rischio”. Pertanto la sottoperformance dovuta all’esclusione delle sin stock nasce da una selezione imperfetta dei rispettivi “sostituti”: è un problema che emerge quando viene rimpiazzata una sin stock con un’altra azione che non offre le medesime caratteristiche.

Guardando avanti, tuttavia, gli autori ritengono che le probabilità che emerga un vero e proprio premio di performance legato alle sin stock stiano aumentando. Finora, infatti, le evidenze empiriche hanno mostrato come l’escludere dai portafogli le azioni controverse non abbia ancora inciso sui costi per il reperimento di capitale da parte delle aziende: il fenomeno dell’esclusione non è “grande abbastanza” per fare una differenza su questo, almeno per ora. Ma se se le cose dovessero cambiare in futuro, finanziare una compagnia petrolifera diventerebbe un affare più redditizio, poiché quest’ultima sarebbe costretta a contendersi il denaro dei “pochi” investitori che non si faranno influenzare da considerazioni etico-ambientali.

“I fautori dell’investimento sostenibile affermano che l’esclusione delle sin stock non deve necessariamente andare a scapito dei rendimenti, o può addirittura migliorarli”, hanno scritto gli autori dello studio, “tuttavia, altri fanno notare come escludere certi titoli incondizionatamente, cioè indipendentemente dalle implicazioni per la performance finanziaria, sia in conflitto con il dovere fiduciario del gestore nei confronti dei propri clienti”. E sembra di udire nuovamente le parole di Gordon Gekko, la coscienza immorale del film Wall Street: “E’ tutta una questione di soldi, il resto è conversazione”.

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di Alberto Battaglia

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Responsabile per l’area macroeonomica e assicurativa. Giornalista professionista, è laureato in Linguaggi dei media e diplomato in Giornalismo all’Università Cattolica

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