Scommettere sul ristoro degli ecosistemi

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Frenare la riduzione progressiva della biodiversità, uno dei maggiori ostacoli alla realizzazione dei 17 obiettivi di sostenibilità dell’Onu, è necessario. Per farlo saranno necessari 22mila miliardi di dollari in investimenti entro il 2030, da cui deriveranno nuove occasioni di business, nelle infrastrutture, nello sfruttamento del suolo e nell’economia del mare, per un valore complessivo di 6mila miliardi. Ne abbiamo parlato con Ulrik Fugmann, Senior Portfolio Manager di Bnp Paribas Asset Management

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Inizia il decennio delle Nazioni Uniti per il recupero degli ecosistemi. Un decennio che finirà contestualmente alla deadline fissata per il raggiungimento dei 17 Obiettivi di sostenibilità dell’Onu, ovvero nel 2030. E che richiederà uno sforzo enorme e l’attenzione di tutti i soggetti coinvolti nelle azioni che possono imprimere un impatto: privati cittadini, imprese, investitori.
“Il decennio dell’Onu è stato lanciato in occasione della Giornata mondiale dell’ambiente, lo scorso 5 giugno – dice Ulrik Fugmann, Senior Portfolio Manager di Bnp Paribas Asset Management – e mira a prevenire, arrestare o invertire il degrado degli ecosistemi in atto”.

Biodiversità: a rischio 10 trilioni di dollari

Si tratta di un’azione necessaria per evitare la perdita di biodiversità, che mette a repentaglio il raggiungimento dell’80% dei sotto-obiettivi di sostenibilità relativi alla povertà, alla fame, alla salute, all’acqua, alle città, al clima, agli oceani e alla Terra. E allora, l’Onu è in prima linea per incentivare iniziative pubblico-private atte a frenare questo degrado, o a far sì che esso inverta la rotta. Per farlo si dovranno creare sinergie tra le iniziative e le aziende che insistono su determinati territori o operano nei medesimi ambiti. E sarà necessario in questo percorso migliorare lo scambio di conoscenze su ciò che funziona e perché, quali sono gli aspetti politici, economici e biofisici che lo rendono possibile e su come implementare il restauro su larga scala. “Sarà necessario – continua Frugmann – coinvolgere un più ampio spettro di attori, soprattutto di settori che non sono tradizionalmente coinvolti, perché la salvaguardia degli ecosistemi è qualcosa che crea benefici per tutti, nella società e nell’economia”. Ma è anche un processo che richiede una trasformazione a tutti i livelli. Le Nazioni Unite stimano che i danni agli ecosistemi, tra cui foreste, praterie e barriere coralline — e la relativa perdita di biodiversità — potrebbero drenare quasi 10 trilioni di dollari dall’economia globale entro il 2050. “Le perdite sarebbero il risultato del calo delle rese delle colture e della pesca, nonché di una maggiore esposizione alle inondazioni e ad altre catastrofi naturali, tra gli altri fattori – continua il gestore di Bnp Paribas Am – e un’altra ricerca Onu ha dimostrato che la maggior parte della produzione alimentare mondiale proviene attualmente da meno di 200 specie vegetali, di cui solo nove — tra cui riso, mais e grano —rappresentano i due terzi del totale”.

Proteggere le specie da cui derivano le derrate alimentari

Questo vuol dire che basterebbe una sola epidemia capace di sterminare una di queste specie per mettere a repentaglio le derrate alimentari destinate a una popolazione globale che dovrebbe raggiungere i 9 miliardi nel 2050. Ancora, sono appena 40 i tipi di bestiame che forniscono la stragrande maggioranza della carne, del latte e delle uova consumate nel mondo, con la diversità che diminuisce progressivamente un anno dopo l’altro. Più della metà degli stock ittici, infine, ha raggiunto il limite sostenibile, ponendo a rischio le comunità che si affidano agli oceani per procurarsi il cibo.
“Secondo il Wef – continua Frugmann – frenare la perdita di biodiversità richiederà una trasformazione fondamentale in tre sistemi socioeconomici, che rappresentano oltre un terzo dell’economia globale e forniscono fino a due terzi di tutti i posti di lavoro. Questi sistemi sono quello dell’alimentare, collegato all’uso di terra e oceani; il comparto delle infrastrutture, con la sua proiezione nelle città e infine il settore estrattivo e dell’energia”.

Dal pericolo all’opportunità

Sono i tre ambiti che da cui dipendono le minacce alla biodiversità e dunque quelli che una responsabilità significativa nel guidare il cambiamento, cambiamento che peraltro potrà portare loro anche benefici potenzialmente enormi. Benefici che infine si rifletteranno sugli investitori. “Ci aspettiamo – continua Frugmann – che il ripristino dell’ecosistema sia alimentato da una pioggia di investimenti e crei una serie di opportunità commerciali, che vanno dalla creazione di packaging sostenibili per eliminare la plastica che inquina i mari, alla necessità di fornire sistemi e strumenti efficienti per l’irrigazione, allo sfruttamento dei salti idrici come fonte energetica”. E ancora, l’agricoltura avrà bisogno di efficientarsi e dunque avrà bisogno di macchine e logistica a elevato contenuto di tecnologia; per sopperire ai fabbisogni alimentari della popolazione mondiale dovrà essere in grado di fornire proteine alternative alla carne; fattorie, ma anche piantagioni e foreste dovranno diventare via via più sostenibili. Infine, l’ecosistema urbano è destinato a cambiare drasticamente: ci sarà bisogno di città ed edifici versi, di energia solare, di sistemi efficienti di waste management, di veicoli privati e di trasporto urbano alternativi.
“Molti governi hanno già incluso misure di incentivo alla transizione green nei loro pacchetti di salvataggio post Covid – continua Frugmann – ad esempio, attraverso sovvenzioni, prestiti e sgravi fiscali diretti ai trasporti verdi, all’economia circolare e alla ricerca, allo sviluppo e alla diffusione di energia pulita. Il prossimo passo sarà uno spostamento dell’equilibrio tra spesa verde e non verde, a favore della prima, ed è dunque probabile che siano decisi nuovi finanziamenti e programmi per creare posti di lavoro e stimolare l’attività economica proprio attraverso il ripristino degli ecosistemi, il controllo delle specie esotiche invasive e la conservazione delle foreste. Ci sono oltre mille aziende globali focalizzate su questi temi”.
Secondo le stime le opportunità commerciali per queste aziende hanno un valore complessivo di 6 trilioni di dollari, ma sono richiesti 2 trilioni di dollari all’anno di investimenti fino al 2030. Dunque, 22mila miliardi in totale, di cui oltre 15mila finiranno nella costruzione di edifici sostenibili e smart city e il resto si dividerà equamente tra ristoro degli oceani e della terra coltivabile e delle foreste. Allo stesso modo la metà delle occasioni di business saranno nel settore business e infrastrutture e circa 3,6mila miliardi nell’utilizzo degli ecosistemi terracquei. Un’occasione da non perdere.

(Articolo pubblicato sul numero di luglio/agosto del Magazine We Wealth)


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di Laura Magna

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Giornalista professionista dal 2002, una laurea in Scienze della Comunicazione con una tesi sull’intelligenza artificiale e un master della Luiss in Giornalismo e Comunicazione di Impresa. Scrivo di macroeconomia, mercato italiano e globale, investimenti e risparmio gestito, storie di aziende. Ho lavorato per Il Mattino di Napoli; RaiNews24 e la Reuters a Roma; poi Borsa&Finanza, il Mondo e Plus24 a Milano. Oggi mi occupo del coordinamento del Magazine We Wealth (e di quello di tre figli tra infanzia e adolescenza). Collaboro anche con MF Milano Finanza.

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