Sanzioni alla Russia: Mosca in affanno, aspettando Pechino

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Le sanzioni – in primis l’esclusione delle banche russe dallo Swift e il congelamento delle riserve estere – stanno costando caro alla Russia. Interverrà Pechino?

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In una recente articolo il The Economist ha analizzato l’impatto delle sanzioni sull’economia Russia. Il rublo è sceso del 10% da un anno all’altro, il mercato azionario del 35% e i prezzi delle azioni delle maggiori banche di oltre il 50%

A seguito delle sanzioni, la banca centrale russa non potrà disporre dei 630 miliardi di riserve estere, mentre le banche russe non potranno più accedere allo swift

Nel corso del 2021 la Cina ha rafforzato i suoi legami con la Russia in settori come l’energia, l’aviazione, le telecomunicazioni e l’industria dei media

Tardi, ma alla fine sono arrivate. Le sanzioni dell’Occidente alla Russia non sono riuscite infatti a impedire l’invasione dell’Ucraina, ma potrebbero rivelarsi efficaci nel risolvere la crisi. Dal congelamento delle riserve estere della banca centrale russa all’esclusione dal sistema di pagamenti Swift, l’economia di Mosca potrebbe infatti essere messa presto in ginocchio. Corsa agli sportelli, svalutazione del rublo, crollo dei mercati finanziari e un ulteriore picco nei prezzi dell’energia sono tutti effetti che iniziano già a dispiegarsi. Non un quadro sostestenbile a lungo. Sempre che la Cina non decida di intervenire.
Il punto di svolta, come riporta il The Economist, è avvenuto il 26 febbraio, quando le sanzioni sono arrivate ad escludere Sberbank e vtb Bank – istituti che insieme detengono il 75% del patrimonio del settore bancario russo – da Swift e hanno preso di mira la banca centrale russa. Il primo provvedimento avrà l’effetto di rendere tutte le controparti diffidenti dal trattare con l’imprese russe. “I pagamenti possono essere fatti, ma con un costo maggiore, almeno del 20%. Inoltre sarà necessario l’uso di email e telefono per comunicare e c’è anche un certo grado di rischio di liquidazione” ha spiegato a Quartz Alicia García Herrero, capo economista Asia-Pacifico di Natixis.

Ma la vera mazzata per Mosca è l’intervento dell’Occidente sulle riserve valutarie della banca centrale. Essa detiene 630 miliardi di dollari di riserve estere, equivalenti al 38% del pil della Russia. Come parte della strategia di difesa, Putin si era mosso d’anticipo, ordinando alla banca centrale un cambio della composizione delle riserve. A giugno 2021, le riserve estere risultavano essere solo per il 16% in dollari, contro il 32% in euro, il 22% in oro e il 13% in yuan cinesi. Tuttavia, la denominazione alla luce delle nuove sanzioni, non è rilevante. Il forziere di Mosca infatti è detenuto in gran parte fuori dai confini sovietici e dunque attualmente congelato. Ciò significa che la banca centrale non potrà disporre della liquidità necessaria per sostenere il rublo e le banche, sempre più esposte al rischio di risultare insolventi rispetto agli obblighi in valuta estera.

Se finora il danno della guerra è stato grave ma tollerabile, le cose potrebbero cambiare presto ed esacerbare danni già visibili: la valuta è scesa del 10% da un anno all’altro, il mercato azionario del 35% e i prezzi delle azioni delle maggiori banche di oltre il 50%. In risposta la banca centrale ha alzato i tassi d’interesse dal 9% al 20% nel tentativo di evitare una fuga di capitali. Al 25 febbraio il costo dell’assicurazione contro un’insolvenza del governo russo era alla pari con quello della Turchia.

In questo contesto la possibile ancora di salvezza per Mosca si chiama Cina. Tuttavia Pechino è chiamata a una decisione non facile. Un suo intervento a sostegno della Russia potrebbe infatti compromettere il suo accesso al sistema finanziario internazionale denominato in dollari. Sta di certo che allevierebbe – e non di poco – le pressioni su banche e imprese russe. Escluse dallo Swift, le banche russe potrebbero entrare a fare parte del Cross-Border Interbank Payment System (CIPS), il sistema di pagamento sviluppato nel 2015 dalla Cina, utilizzato principalmente per regolare i crediti internazionali in yuan e i commerci legati alla Belt and Road Initiative.

Al contempo, un aumento dei flussi commerciali tra i due paesi in parte compenserebbe le minori esportazioni verso l’occidente. Già nel 2021 la Cina ha rafforzato i suoi legami con la Russia in settori come l’energia, l’aviazione, le telecomunicazioni e l’industria dei media, con il commercio bilaterale dei paesi ha raggiunto il record di 146,9 miliardi di dollari. Inoltre la Russia si è anche allontanata dall’uso di dollari americani nel suo commercio con la Cina, preferendo invece utilizzare sempre più lo yuan come valuta di regolamento. Secondo i media statali cinesi, lo yuan rappresenta circa il 17% delle transazioni commerciali tra i due paesi. Infine, secondo AidData la Russia risulta essere il più grande destinario di prestiti da parte delle istituzioni cinesi.


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di Lorenzo Magnani

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Laureato in Finanza e mercati Internazionali presso l’Università Cattolica di Milano, nella redazione di We Wealth scrive di mercati, con un occhio anche ai private market. Si occupa anche di pleasure asset, in particolare di orologi, vini e moto d’epoca.

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