Pmi e rendicontazione di sostenibilità: cosa cambia per chi investe

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Via libera di Bruxelles alle nuove regole sulla rendicontazione di sostenibilità. Le piccole e medie imprese quotate sono pronte?

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Il Consiglio europeo ha approvato in via definitiva la Corporate sustainability reporting directive, la direttiva sulla rendicontazione di sostenibilità

Secondo una nuova analisi di Deloitte, il 62% delle società quotate sul mercato Mta di Borsa Italiana include già il climate change nella rendicontazione

Il Consiglio europeo, nella giornata del 28 novembre, ha approvato in via definitiva la direttiva sulla rendicontazione di sostenibilità. Le nuove regole, nelle intenzioni di Bruxelles, guideranno le imprese verso un’economia a vantaggio delle persone e dell’ambiente; e consentiranno anche agli investitori di “prendere decisioni informate sulle questioni di sostenibilità”, come dichiarato dal Consiglio in una nota ufficiale. Le aziende di piccola e media dimensione sono pronte a cogliere la sfida? Investire sulle più virtuose in termini di reporting può essere la strada da percorrere per chi intende integrare i fattori Esg nell’analisi finanziaria? Per ora, le informative fornite hanno ancora un taglio prevalentemente qualitativo. Almeno quando si parla di climate change.

Secondo una nuova analisi di Deloitte dal titolo L’evoluzione dell’informativa climate-related nelle Relazioni finanziarie 2021, condotta sui bilanci di 210 società quotate sul mercato Mta di Borsa Italiana, il 68% include già il climate change nella rendicontazione. Una percentuale in crescita rispetto al 2020 (quando si parlava del 53%) e ancor di più rispetto al 2019 (quando si bloccava al 42%). L’analisi evidenzia tuttavia informative con livello di dettaglio molto differenti, che virano da quadri particolarmente generici e teorici ad analisi approfondite e coerenti con le strategie aziendali. Nel dettaglio, sono stati individuati due specifici sottogruppi:

  • 130 delle 143 relazioni finanziarie annuali analizzate (pari al 62% del campione) affrontano il climate change come fattore specifico della realtà aziendale, integrando le relative considerazioni nell’ambito della strategia di gestione e identificando anche rischi e opportunità correlati;
  • 13 delle 143 relazioni finanziarie annuali analizzate (pari al 6% del campione) menzionano il tema come fattore di contesto e di mercato, non declinandolo nell’ambito della relativa strategia di gestione e mancando di individuare rischi e opportunità connessi.

Si parla dunque di un taglio prevalentemente qualitativo, spiega a We Wealth Mauro di Bartolomeo, partner di Deloitte Italy. “Seppur il percorso di consapevolezza del nesso esistente tra il tema del cambiamento climatico, i suoi risvolti sulla strategia aziendale e i conseguenti impatti economico-finanziari nella gestione sia iniziato e continui a progredire, ancora pochi emittenti forniscono una chiara e completa informativa in merito all’incorporazione nella strategia aziendale di puntuali risposte ai rischi e alle opportunità che derivano dal climate change e al riflesso degli effetti di tali risposte nella redazione dei piani pluriennali, nei processi di stima e più in generale nei processi di valutazione delle voci di bilancio”, avverte l’esperto.

Ciononostante, il panorama disegnato dall’analisi evidenzia settori caratterizzati da una maggiore maturità rispetto ad altri. Nel dettaglio, il 64% delle entità industriali (vale a dire 104 su 162) affrontano il climate change nella loro relazione finanziaria, 10 punti percentuali in più rispetto alle entità finanziarie (26 su un campione di 48). Guardando solo al settore industriale, fanno da traino le società attive nell’ambito dell’energia e delle utilities, dove la quota di relazioni finanziarie che riportano informazioni sul cambiamento climatico supera l’80%. Per beni di consumo e prodotti industriali si parla rispettivamente del 59 e del 65%.

Csrd, le novità per le imprese (quotate e non)

Ricordiamo che la Corporate sustainability reporting directive (Csrd) approvata in via definitiva dal Consiglio introduce obblighi di comunicazione più dettagliati non solo su tematiche come i diritti ambientali, ma anche diritti sociali, diritti umani e fattori di governance. In particolare, a dover rispettare le nuove regole saranno tutte le grandi imprese e le società quotate in mercati regolamentati, eccetto le microimprese quotate. Le pmi quotate, nel dettaglio, potranno essere esentate dall’applicazione della direttiva fino al 2028. Quanto invece alle imprese extra-europee, a ricadere nel perimetro della direttiva saranno tutte le imprese che realizzano ricavi netti delle vendite e delle prestazioni all’interno del territorio dell’Unione superiori ai 150 milioni di euro e che vantano almeno un’impresa figlia o una succursale nei confini comunitari che superi determinate soglie.

Reporting di sostenibilità: il calendario delle regole

La direttiva sul reporting di sostenibilità si applicherà in quattro fasi: 

  • nel 2025 le imprese già soggette alla direttiva sulla comunicazione di informazioni di carattere non finanziario saranno tenute alla comunicazione sull’esercizio finanziario 2024 sul modo in cui il loro modello aziendale incide sulla loro sostenibilità o su come fattori di sostenibilità influenzano le loro attività;
  • nel 2026 tale obbligo di comunicazione (sull’esercizio finanziario 2025) toccherà alle grandi imprese attualmente non soggette alla direttiva sulla comunicazione di informazioni di carattere non finanziario;
  • nel 2027 l’obbligo di comunicazione (sull’esercizio finanziario 2026) spetterà alle pmi quotate, gli enti creditizi piccoli e non complessi e le imprese di assicurazione captive;
  • nel 2029 l’obbligo di comunicazione (sull’esercizio finanziario 2028) riguarderà le imprese non europee.

L’atto entrerà in vigore 20 giorni dopo la pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea susseguita all’approvazione del Consiglio; solo successivamente, gli Stati membri avranno 18 mesi a disposizione per attuare le nuove regole.


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di Rita Annunziata

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Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.

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