Quotazione, imprese in fuga dall’Italia: ecco le borse più attraenti

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Due operatori spiegano le vulnerabilità del sistema Italia che spingono le imprese italiane a quotarsi altrove. Ecco quali

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Stando a un recente rapporto di Intermonte e Politecnico di Milano, negli ultimi cinque anni solo i delisting hanno causato una perdita di capitalizzazione per Piazza Affari superiore ai 55 miliardi

Il documento di ammissione al mercato che consente a una società di avviare uno strumento finanziario viene rilasciato a seguito di un’interlocuzione con un organo di vigilanza. Ma i tempi di rilascio in Italia sono ben più dilatati

Continua il fuggi-fuggi da Borsa Italiana, tra prezzi delle azioni in calo e regole di quotazione giudicate troppo complesse. Stando a un recente rapporto firmato da Intermonte e Politecnico di Milano dal titolo Sliding Doors: il flusso di listing e delisting sul mercato azionario di Borsa Italiana (2002-2021), negli ultimi cinque anni solo i delisting hanno causato una perdita di capitalizzazione per Piazza Affari superiore ai 55 miliardi. In particolare, tra il 2017 e il 2021, sono 105 le emittenti che hanno detto addio al listino milanese. E il rubinetto, secondo gli esperti interpellati da We Wealth, continua a perdere. Insieme a Simone Strocchi (fondatore e presidente di Electa Ventures) e Franco Gaudenti (presidente e cofondatore di EnVent Capital Markets) abbiamo esaminato le ragioni che spingono le aziende verso listini esteri più attraenti.

“Siamo in una fase in cui i mercati continuano a scendere”, spiega Strocchi. “Tante società sono valutate su Borsa Italiana con valorizzazioni estremamente contenute, mentre nel private equity continuano a girare numeri significativi. Un contesto che incentiva le uscite dal listino, specie con operazioni di Opa (offerta pubblica di acquisto, ndr). Una grande perdita per il sistema Italia”. I casi, manifestatisi sotto diverse forme (dal delisting ai passaggi ad altri mercati di capitali), sono collegati secondo Gaudenti a ragioni di strategia industriale, opportunità di mercato o ragioni societarie. Circostanze in cui “un sistema normativo generalmente più attraente risulta vincente”, aggiunge.

“L’Ocse ha messo in evidenza i gap esistenti tra i mercati di capitali, sia parte del sistema federato Euronext sia esterni”, continua Gaudenti. Che menziona tre aspetti principali inerenti le misure di miglioramento del processo di listing e di efficientamento dell’accesso e della permanenza nei mercati:

  • la diversa stratificazione di formalità regolamentari e oneri connessi superiori a quello minimo identificato dalla normativa europea;
  • le norme relative alle azioni a voto plurimo e a voto maggiorato;
  • uno sviluppo deciso della copertura della ricerca, con una fiscalizzazione ad hoc dei costi (in particolare per le pmi) al fine promuovere l’equity story e mantenere la visibilità dell’emittente.

In questo quadro, precisa Gaudenti, i mercati dei capitali dell’Europa Continentale del Nord hanno sviluppato un ecosistema attraente. A confermarlo anche Strocchi, che racconta come le imprese italiane tendano anche a prediligere l’interlocuzione con autorità regolatorie nordeuropee, con particolare riferimento a Inghilterra, Irlanda e Olanda. “Il documento di ammissione al mercato che consente alla società (anche detta ente emittente) di avviare lo strumento finanziario (azione o obbligazione) viene rilasciato a seguito di un’application, ovvero un’interlocuzione con un organo di vigilanza”, spiega Strocchi. “I tempi di rilascio in Italia sono molto più dilatati rispetto ad altri paesi europei. Inoltre, il documento di ammissione presenta diverse ripetizioni, diversamente da quelli redatti nell’ambito di un’interlocuzione con un’autorità europea (inglese, olandese o irlandese) che vanno molto di più al punto. Sono più snelli”. Il che potrebbe indurre poi le imprese anche a quotarsi in quei paesi, piuttosto che in Italia. “È chiaro che, in questo modo, diventa più facile per gli altri Stati promuovere le proprie piazze. Ma bisogna partire dall’identificazione del problema, ovvero tutto il percorso che una società deve fare per ottenere un provvedimento di ammissione di un proprio strumento finanziario sul mercato. Si tratta di lungaggini e burocrazie che risultano controproducenti”. 

“Il rischio di impoverimento del mercato esiste”, interviene in conclusione Gaudenti. “Tuttavia le modifiche alle norme e i regolamenti introdotti di recente da Consob e Borsa Italiana, su impulso del lavoro di coordinamento svolto dal Libro Verde e del tavolo di lavoro del Mef anche con consultazione dell’industria, vanno nella direzione più giusta per migliorare l’attrattività”. La Borsa, aggiunge Strocchi, rappresenta il “migliore alleato” degli imprenditori italiani che desiderano sostenere ambiziosi programmi di crescita. “Sono un assoluto assertore dell’opportunità per le nostre pmi, spesso nascoste nelle province italiane, di esprimersi sui mercati. E se vogliamo sostenere anche la crescita del nostro Paese, dobbiamo motivare queste imprese ad accedere ai listini borsistici. Che è il primo passo tra l’altro per creare campioni di settore: l’azienda quotata diventa maggiormente attrattiva per manager di grandi capacità. Vedo quindi ancora molto potenziale nelle quotazioni. Una minore burocrazia, un numero maggiore e frazionato di investitori nazionali di lungo periodo e aspetti fiscali più competitivi a livello globale sono quanto più necessari”.


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di Rita Annunziata

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Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.

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