PwC, capacità di investimento nel private equity ai massimi

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La capacità di investimento nel private equity è ai massimi storici, ma la riduzione dei costi non è più sufficiente a generare rendimenti. Lo rivela un sondaggio di PwC. “La soluzione è concentrarsi su altre leve di creazione di valore”, spiega Cristiano Valpolini

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“Negli ultimi anni vi è stata un’importante attenzione ai costi da parte delle aziende e dei fondi di private equity”, spiega Cristiano Valpolini di PwC

Secondo un sondaggio, la riduzione dei costi non è più sufficiente a generare rendimenti

Nell’ultimo biennio è calato il volume dei deal di successo

La capacità di investimento nel private equity è ai massimi storici. Ciononostante, nel difficile contesto finanziario di oggi, la riduzione dei costi – uno dei principali strumenti utilizzati dal private equity per effettuare le transazioni – non sarebbe più sufficiente a generare rendimenti. A rivelarlo è un sondaggio condotto da PwC, la società londinese di consulenza e revisione, che ha intervistato 100 private equity attivi sul mercato mondiale con l’obiettivo di fornire indicazioni concrete su come massimizzare il valore delle proprie operazioni.

Secondo la ricerca, il 70% degli intervistati dichiara che la riduzione dei costi abbia contribuito a creare valore nel loro deal più recente. Ciononostante, solo il 45% ha ottenuto valore dal deal mediante un incremento delle entrate. Inoltre, sebbene i tre quarti delle operazioni abbiano generato una crescita dei ricavi, questa “leva” ha ricevuto meno attenzione rispetto alla riduzione dei costi stessa.

Ma quali sono le motivazioni e qual è la soluzione?

“Negli ultimi anni vi è stata un’importante attenzione ai costi da parte delle aziende e dei fondi di private equity, anche attraverso l’introduzione di modelli operativi più “lean”, riducendo quindi importanti ulteriori leve di ottimizzazione sui costi – commenta Cristiano Valpolini, director value creation deals di PwC Italia – La soluzione è concentrarsi su altre leve di creazione di valore: innovazione, tecnologie, nuovi canali e creazione di piattaforme operative in cui mettere a fattor comune risorse e persone”.

Secondo Valpolini, infatti, oggi sorge la necessità per un fondo di private equity di approcciare un investimento con un piano strutturato di creazione del valore. “Consiste nella strutturazione, già in sede di scouting e valutazione di un asset, di un piano che contenga tutte le possibili aree di creazione di valore: riposizionamento strategico, crescita dei ricavi, innovazione e tecnologie, eccellenza operativa, M&A, retention dei talenti, capital efficiency, ottimizzazione di circolante, ruolo della fiscalità. Il tutto supportato da un team dedicato, responsabile del delivery del piano di creazione di valore”, piega Valpolni.

Cala il volume dei deal di successo

In questo contesto, nel 2018 è stato registrato il secondo valore dei deal più alto dalla crisi finanziaria del 2008, spinto da un’importante domanda a livello globale sia da parte del private equity che degli acquirenti aziendali. Cala, però, il volume dei deal di successo nell’ultimo biennio. “Le motivazioni derivano dagli alti prezzi degli asset pagati e dalla difficoltà di far leva sull’incremento dei multipli dell’Ebitda”, continua Cristiano Valpolini. Quali sono le prospettive per i prossimi mesi? “Non ci attendiamo un’inversione di tendenza proprio a causa dei segnali, in alcuni settori, di un decremento dei multipli all’uscita”.


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di Rita Annunziata

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Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.

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