Private market: un investimento alla portata di tutti

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“Per essere efficiente questa componente va costruita nel tempo e deve essere diversificata per asset class, credito ed equity e per vintage”, secondo Paolo Martini, amministratore delegato e direttore generale di Azimut Holding. Superate le resistenze culturali, l’asset class non potrà che esplodere. Anche tra il retail. Perché offre decorrelazione e rendimenti elevati (l’8% all’anno da trent’anni) e consente di avere un impatto positivo sul fronte sociale, aiutando le imprese e l’occupazione a crescere

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L’estrema volatilità dei mercati non fa paura ai private market che, anzi, da essa traggono vantaggio. Una asset class multiforme, decorrelata rispetto alle Borse e con rendimenti sopra la media delle attività di investimento tradizionali: non a caso già a fine 2019, secondo l’ultimo global report di McKinsey, aveva raggiunto un valore record di 6,5mila miliardi di dollari (+10% sul 2018 e quasi il triplo in dieci anni), di cui 3,9 mila investiti in private equity (il 60% del totale), mille miliardi nel settore immobiliare, 800 miliardi in infrastrutture e altrettanti in private debt. Il rischio è in molti casi l’illiquidità, che rende lo strumento più adatto a un investitore istituzionale con un’ottica di lungo o lunghissimo periodo.

“E infatti fino a poco tempo fa erano strumenti riservati quasi esclusivamente ai grandi investitori istituzionali – dice a We Wealth Paolo Martini, amministratore delegato e direttore generale di Azimut Holding – ora sono più accessibili e sono un mezzo interessante anche per gli investitori privati per diversificare i portafogli e ottenere un maggiore potenziale di rendimento a lungo termine. Si tratta di una nuova asset class che ha garantito negli ultimi 30 anni un rendimento medio annuo pari all’8% contro il 5,2% dei mercati azionari internazionali, il 2% dei mercati obbligazionari internazionali, lo 0,8% dei mercati monetari e il -2% della liquidità sui conti correnti”.

Numeri alla luce dei quali inserire nei portafogli di investitori private ma anche retail e affluent può migliorare le performance complessive nei prossimi anni anche grazie alla scarsa correla- zione con i mercati quotati. “Proprio questa è la considerazione che ci ha spinto a democratizzare questo tipo di investimenti e per primi abbiamo istituito dei fondi con soglie di accesso di 5mila e 10mila euro e creato una piattaforma, Azimut Libera Impresa, ponte tra imprese e risparmio gestito per offrire rendimenti ai clienti in un mondo a tasso zero”. La Sgr dedicata dispone di team propri specializzati nelle diverse strategie in ambito sia equity sia credito oltre a un team dedicato al real estate. Inoltre, per il venture capital, ha siglato partnership con gestori altamente specializzati come P101 e Gellify.

“Oggi contiamo sui private market due miliardi di euro di asset tra Italia e Usa, dove abbiamo realizzato alcune acquisizioni, e più di 15.000 clienti. Nell’ultimo anno e mezzo abbiamo lanciato quasi una decina di fondi di private equity, private debt e venture capital. Tra questi: Azimut Demos I, fondo di private equity con investimento minimo di 5 mila euro; Azimut Italia 500, fondo di venture capital con investimento minimo di 5 mila euro; Azimut Private Debt, fondo con investimento minimo di 5 mila euro. Oltre a AZ Eltif Ophelia, AZ Eltif-Capital Solutions, due soluzioni eltif e compliant ai Pir alternativi, con investimento minimo di 10mila euro. Una gamma che andrà presto ad arricchirsi visto che nel primo trimestre del 2021 abbiamo in rampa di lancio altre soluzioni innovative”.

Secondo Martini, i private market dovrebbero rappresentare fino al 20-30% del portafoglio complessivo di un cliente private. “Per essere efficiente questa componente va costruita nel tempo e deve essere diversificata per asset class, credito ed equity e per vintage (anno di partenza dei fondi)”. E se questo non è ancora avvenuto è perché ci sono “difficoltà culturali perché sono strumenti nuovi, ma una volta spiegati e compresi notiamo che i clienti sono molto ricettivi e comprendono anche la valenza di contribuire allo sviluppo di aziende e alla creazione di nuovi posti di lavoro. Per investire in questi mercati è bene affidarsi a società preparate e professionisti che abbiano maturato delle solide competenze al riguardo. Ai nostri 1800 consulenti solo nell’ultimo anno e mezzo abbiamo erogato su tutta la rete oltre 22000 ore di formazione annue su queste tematiche”.

(articolo tratto dal magazine We Wealth di febbraio 2021)

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di Laura Magna

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Giornalista professionista dal 2002, una laurea in Scienze della Comunicazione con una tesi sull’intelligenza artificiale e un master della Luiss in Giornalismo e Comunicazione di Impresa. Scrivo di macroeconomia, mercato italiano e globale, investimenti e risparmio gestito, storie di aziende. Ho lavorato per Il Mattino di Napoli; RaiNews24 e la Reuters a Roma; poi Borsa&Finanza, il Mondo e Plus24 a Milano. Oggi mi occupo del coordinamento del Magazine We Wealth (e di quello di tre figli tra infanzia e adolescenza). Collaboro anche con MF Milano Finanza.

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