Aumentano sempre di più i giovani imprenditori di seconda generazione che fanno entrare il private equity nelle loro aziende di famiglia. Il motivo? Crescere
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Il private equity non è più visto dal tessuto imprenditoriale italiano come una minaccia. Crescono le aspettative verso questo strumento e diminuiscono i timori
Gli operatori sono positivi per questi ultimi mesi dell’anno e per l’inizio del 2020. Ci sono delle nuvole all’orizzonte, ma sono solo nuvole
Il passaggio generazione vuole il private equity. In Italia stanno infatti aumentando sempre più le operazioni di private equity iniziate da giovani imprenditori che prendono in mano la società di famiglia. Si parla, in particolare, di seconda generazione. Quindi di quei figli di imprenditori che rilevano l’attività di famiglia e hanno l’ambizione di farla crescere. A confermare questo trend è Stefano Nanni Costa, partner e membro del Focus Team Private Equity di BonelliErede, che a margine della conferenza “Private equity insights 2019” ha spiegato come ci siano sempre più imprenditori che aprono le porte della propria società al private equity; soprattutto quando si parla di passaggio generazionale. “La nuova generazione di imprenditori non teme il ricorso al private equity per agevolare la crescita dell’impresa, anche di famiglia”spiega Nanni Costa, grazie al finanziamento ma soprattutto anche all’ambiente che si viene a creare attorno (network). E questa positività ha come risvolto una continua crescita, di anno in anno, nel ricorso al private equity. Insomma, questo strumento inizia a essere visto come un passaggio nella vita di un’impresa quasi obbligatorio. E infatti, risultano esserci sempre più società che hanno dimestichezza con il private equity e che non lo vedono come un nemico. “Vedo (infatti) una maggiore consapevolezza da parte dell’imprenditoria in relazione a cosa sia il private equity e alle sue potenzialità” chiarisce Nanni Costa.
Stefano Nanni Costa
E dunque le imprese italiane risultano essere sempre più attive e positive nell’accogliere il private equity. Chi infatti è pronto ad andare sul mercato, tendenzialmente risulta essere più predisposto verso questo strumento, rispetto alle società che devono ancora uscire dalla fase embrionale. E se dunque è sicuramente vero che sta crescendo la consapevolezza tra gli imprenditori, è altrettanto vero che stanno aumentando le aspettative, nei confronti del private equity. L’imprenditore si aspetta infatti che il “l’inserimento di un private equity nella compagine sociale lo aiuti nel rafforzamento di una disciplinata corporate governance e, talvolta, anche nella creazione di valore derivante dall’inserimento della società in un network più ampio”. Ci si aspetta dunque che il fondo aiuti l’imprenditore oltre che a livello azienda anche da un punto di vista di ampliamento delle proprie conoscenze. “Dall’altra parte” continua Nanni Costa “i private equity dimostrano sempre più sensibilità nel loro rapporto con gli imprenditori, di cui rispettano l’autonomia e la capacità di contribuzione alla successiva crescita di valore della società”. Il private equity non deve infatti avere l’ambizione di voler gestisce l’azienda in cui fa l’investimento, ma deve lavorare in sinergia con l’imprenditore.
Ampliando la view oltre le imprese durante l’evento è emerso chiaramente come il sentiment sia positivo, sia nei confronti di quest’ultima parte dell’anno sia per l’inizio del 2020. Ci sono ancora alcune domande, senza risposta. E non è ancora chiaro quali “minacce” possano arrivare l’anno prossimo, visto il quadro macroeconomico in cui ci troviamo. Ci sono dunque, sì, delle nuvole all’orizzonte ma “nel breve periodo, non mi aspetterei un cambiamento in termini di sostanziale positività dei trend del mercato italiano” conclude Nanni Costa.
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