Fed in riunione, focus sulle previsioni dei membri: cosa valutare

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Dalle previoni dei membri del Comitato Fed potranno emergere gli spunti operativi più rilevanti dalla riunione, che si prevede attendista

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La Federal Reserve si riunisce martedì e mercoledì, dopo una serie di dati che hanno lanciato segnali contrastanti sull’andamento dell’economia e dei prezzi: da un lato il rallentamento dei consumi, un mercato del lavoro più freddo e, dall’altro, un’inflazione cresciuta più del previsto a febbraio.


La gran parte dell’attenzione degli operatori, visto che è scontato che i tassi non saranno ancora abbassati, si concentrerà su quali parole verranno utilizzate dalla Fed per prendere ancora tempo prima di tagliare. In particolare, saranno monitorate eventuali variazioni nelle attese dei membri del Comitato della banca centrale americana, che aggiorneranno il cosiddetto dot plot.

A circa due giorni dalla conferenza stampa del presidente Jerome Powell, le probabilità indicate dal mercato dei future mostrano come gli investitori ritengano pressoché impossibile un taglio in questa riunione di marzo, mentre le chance di una sforbiciata a giugno sono meno di una su dieci.
L’orientamento degli investitori è che il primo taglio potrà essere approvato nel meeting di giugno, con una probabilità, al momento, stimata attorno al 57%.

Gli economisti sondati dal Financial Times, fra l’8 e il 13 marzo, hanno offerto una visione assai più moderata sulle tempistiche del primo taglio: solo l’8% degli accademici ritiene che il primo allentamento verrà deciso a giugno, percentuale che sale al 26% per luglio. La maggioranza assoluta degli economisti, piuttosto, prevede il primo taglio a settembre.

Per il primo taglio, le stelle non sono ancora allineate

“Dall’ultimo incontro del Fomc alla fine di gennaio, le notizie macroeconomiche provenienti dagli Stati Uniti sono state piuttosto miste, anche se non hanno indicato una debolezza economica sufficiente, secondo noi, da forzare un cambiamento nella posizione della Fed”, hanno affermato gli analisti di Ebury, “siamo iniziando a vedere segnali precoci di un raffreddamento nell’attività di spesa”. A febbraio, i nuovi posti di lavoro sono aumentati di 275.000, oltre le attese, ma il tasso di disoccupazione è salito al 3,9%. La crescita dell’occupazione di gennaio, inoltre, è stata rivista al ribasso a 229.000 unità, mentre quella di dicembre è stata corretta a 290.000, portando il totale a 167.000 posti di lavoro in meno rispetto ai calcoli iniziali.

Anche se questi numeri sembrano testimoniare una perdita di slancio nell’economia, a febbraio l’inflazione generale ha superato le attese nonostante sia rimasta vicina ai minimi degli ultimi tre anni (essendosi attestata al 3,2%), mentre il dato di fondo è risalito ai massimi da nove mesi (3,8%).

“Ci aspettiamo che la Fed ribadirà in gran parte la sua recente retorica sia sull’economia degli Stati Uniti che sui tassi di interesse”, hanno affermato gli analisti di Ebury, “questo probabilmente spianerebbe la strada perché l’aggiornamento del ‘dot plot’ della Fed rubi i titoli di prima pagina e guidi gran parte dell’attività nel mercato del dollaro e finanziario dopo l’annuncio di mercoledì”. Se i membri del comitato dovessero prendere atto che l’inflazione si sta rivelando più persistente del previsto, rivedendo il dot plot da tre a due soli tagli dei tassi per quest’anno, “ sarebbe una notizia significativa che potrebbe provocare un forte rally del dollaro”, ha affermato Ebury.

Il mercato azionario è meno “incollato” alla Fed

Nonostante un’inflazione che sembra aver sospeso il percorso di discesa “il mercato azionario, a differenza di quello obbligazionario, sembra completamente ignorare i segnali di preoccupazione, alimentato da un clima di euforia che sembra non conoscere freni”, ha sottolineato il market analyst di eToro, Gabriel Debach, “gli investitori, fin dall’inizio dell’anno, hanno ignorato ogni ostacolo emergente, dalle revisioni al ribasso riguardante il percorso di tagli dei tassi, alle crisi nelle banche regionali (come evidenziato dal caso della New York Community Bank) fino alle dichiarazioni aggressive dei banchieri centrali”.

In generale, il calo dell’inflazione rende preannuncia la necessità di tagliare i tassi di riferimento, perché un minore aumento dei prezzi (e del fatturato) rende relativamente più oneroso ripagare i debiti – un processo che, ha ricordato Debach, “potrebbe soffocare la crescita in modo più aggressivo”. “Se, da un lato, i mercati sembrano sicuri riguardo alla necessità di un taglio dei tassi, dall’altro l’incertezza sul momento preciso prevale, aggiungendo una dose di volatilità alle decisioni degli investitori”.


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di Alberto Battaglia

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Responsabile per l’area macroeonomica e assicurativa. Giornalista professionista, è laureato in Linguaggi dei media e diplomato in Giornalismo all’Università Cattolica

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