Post seed: primi passi verso la crescita delle start up

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“La fase cosiddetta “post-seed” è molto delicata – secondo Luigi Capello, ceo LVenture Group – considerando anche il gap sempre maggiore con i finanziamenti di Serie A, che sostengono il processo di scale-up. I round di investimento “post-seed” si aggirano tra  1 e 1,5 milioni di euro”.

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L’arco temporale che va dalla fase post-seed a quelle successive varia molto a seconda dell’ecosistema di riferimento: negli Stati Uniti l’arco temporale è di 12/18 mesi e il 40% delle startup riesce ad accedere a round di investimento di Serie A

Alla fine del post seed inizia lo scale-up, con investimenti sul prodotto, nel marketing, per il potenziamento della struttura o l’apertura di filiali all’estero, per cui necessita di ulteriori capitali per espandersi sul mercato

Una startup che ha sostenuto il percorso imprenditoriale di un acceleratore e ottenuto i primi investimenti di tipo seed ha perfezionato il prodotto e il modello di business con le prime validazioni di mercato. La fase successiva è sicuramente replicare il business, con una progressione di crescita negli utenti e nei clienti. Le startup in questa fase cominciano a strutturare il team e a registrare una crescita anche nei ricavi, che non sono però sufficienti a coprire le spese, per questo devono fare affidamento su nuovi investimenti VC.
La startup a questo punto è nella fase di post seed (che qualcuno fa corrispondere all’early stage, fase che invece coincide più perfettamente con il Round A). Abbiamo chiesto al ceo di LVenture Group Luigi Capello di spiegarci in cosa consiste e come si attua.

“La fase cosiddetta “post-seed” è molto delicata – dice Capello – considerando anche il gap sempre maggiore con i finanziamenti di Serie A, che sostengono il processo di scale-up. La startup in questa fase deve dunque proseguire nella crescita necessaria a realizzare quelle metriche che la rendono appetibile agli investitori delle fasi successive: per questo può far ricorso a round di investimento “post-seed”, con investimenti da 1 – 1,5 milioni di euro”.
Ovviamente si tratta di numeri medi che non sempre riescono a fotografare tutto quello che accade nei lunghi mesi del post-seed, dopo il quale le imprese iniziano ad accedere a finanziamenti importanti, a partire da quelli di Serie A. “L’arco temporale che va dalla fase post-seed a quelle successive varia molto a seconda dell’ecosistema di riferimento: negli Stati Uniti l’arco temporale è di 12/18 mesi e il 40% delle startup riesce ad accedere a round di investimento di Serie A”, dice Capello.

Alla fine del post seed si può dire che la startup ha trovato una sua forma e una struttura e iniziato a mettersi alla prova sul mercato ma è tutt’altro che a regime. “Assolutamente non è a regime – continua il ceo di LVenture – perché la startup è pienamente impegnata nello scale-up, con investimenti sul prodotto, nel marketing, per il potenziamento della struttura o l’apertura di filiali all’estero, per cui necessita di ulteriori capitali per espandersi sul mercato”. Con l’obiettivo successivo della crescita esponenziale per raggiungere investimenti ancora più importanti che spingano lo scale-up a livello internazionale, fino a farla trasformare in un unicorno – così si definiscono le startup che hanno raggiunto una valorizzazione di un miliardo di dollari – per arrivare all’exit con importanti ritorni. Un’evoluzione che si compie spesso negli Usa dove gli unicorni abbondano e che a oggi, nel nostro Paese, è stata realizzata solo dall’avveniristico ecommerce della moda Yoox (e probabilmente prossimamente dalla fintech Satispay). In generale, come ha spiegato il recente report McKinsey “Europe’s start-up ecosystem: Heating up, but still facing challenges”, gli unicorni europei – che pure secondo Dealroom sono arrivate a quota 199, di cui l’82% vc backed – incontrano maggiori difficoltà a scalare rispetto a quelli Usa. Perché, sostanzialmente per esprimersi su un mercato della dimensione di quello americano, devono replicare il modello di business su 28 Paesi diversi per lingua, cultura, abitudini di consumo, regolamenti. Una sfida ardua.


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di Laura Magna

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Giornalista professionista dal 2002, una laurea in Scienze della Comunicazione con una tesi sull’intelligenza artificiale e un master della Luiss in Giornalismo e Comunicazione di Impresa. Scrivo di macroeconomia, mercato italiano e globale, investimenti e risparmio gestito, storie di aziende. Ho lavorato per Il Mattino di Napoli; RaiNews24 e la Reuters a Roma; poi Borsa&Finanza, il Mondo e Plus24 a Milano. Oggi mi occupo del coordinamento del Magazine We Wealth (e di quello di tre figli tra infanzia e adolescenza). Collaboro anche con MF Milano Finanza.

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