Pianoro, Silicon Valley

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Tra i colli bolognesi negli anni ’70 Massimo Marchesini, diplomato alla scuola tecnica, fondò la sua azienda meccanica partendo da zero. Oggi Marchesini Group lavora per l’industria farmaceutica e fattura oltre 400 milioni, lavorando soprattutto con l’estero. Alla terza generazione è una realtà più solida che mai, come ci racconta Valentina, che con la Fondazione Marchesini ACT supporta il territorio e la filiera

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Un garage, qualche intuizione avveniristica e un capitano coraggioso. Silicon Valley? Niente affatto: siamo tra i colli bolognesi, negli anni Settanta. La storia è quella di Marchesini Group, azienda che oggi produce macchine per l’industria farmaceutica e fattura più di 400 milioni di euro. “Era il 1974 e sui colli bolognesi, precisamente a Pianoro, mio nonno Massimo Marchesini fondò la sua azienda per assemblare macchine industriali: è una storia tipica dei nostri territori”, racconta a We Wealth Valentina Marchesini, terza generazione della famiglia e responsabile per il Gruppo delle risorse umane e della comunicazione, nonché presidente della neocostituita Fondazione Marchesini ACT. Un’iniziativa nata per sostenere il territorio in cui l’azienda nasce e si sviluppa, in ossequio alla volontà di supportare la filiera con cui è fortemente interconnessa – crescendo con essa.
Una storia italiana

“Nonno era nato nel ’33 e aveva frequentato la Scuola tecnica che ha formato una classe imprenditoriale. Era impiegato in una azienda meccanica per un signore che costruiva macchine di confezionamento: aveva fatto carriera fino a diventare capo officina nei primi anni ’70, nel bel mezzo della lotta sindacale, quando essere vicino al padrone era al limite dell’essere rischioso. Nel ’74 il fortunato incontro con un progettista lo spinge a mettersi in proprio”.
La prima officina occupava 15 persone, oggi in Marchesini lavorano più di 2000 persone tra sedi italiane ed estere. “Costruiamo impianti completi di confezionamento per l’industria farmaceutica e del beauty ed esportiamo per l’86%- aggiunge Valentina Marchesini-. Produciamo tutto in Italia”. L’impresa è cambiata diverse volte nei suoi quasi cinquant’anni di vita, ma è rimasta sempre saldamente in mano alla famiglia. Prima al 100% proprietà di Massimo, che poi l’ha trasferita al 50-50% ai due figli.

Pieno controllo (ma la Borsa è un’opzione)

“Della terza generazione faccio parte insieme a una sorella e due cugini – spiega Valentina – non è nei nostri piani far entrare azionisti, ma non lo escludiamo. Il controllo lo terremo noi, ma non scartiamo a priori la possibilità di quotazione in Borsa o l’ingresso di un fondo, se l’azienda ne avrà necessità. Se ci sarà per esempio una target da acquistare che richieda finanza. L’apertura del capitale non servirà mai ad arricchire i soci, ma per far crescere il Gruppo. D’altronde nonno ci diceva sempre che l’azienda non è nostra, ma dei clienti che dobbiamo conquistare, dei fornitori che dobbiamo pagare e dei collaboratori a cui dare lo stipendio, il resto è nostro”. Un faro che ha guidato la gestione fin qui. E che ha comportato che tutto il capitale rimanesse interamente in azienda. “Abbiamo scelto di non diversificare gli investimenti, ma sistematicamente reinvestiamo tutto nel business, se non una parte di immobili. Non possediamo arte o altri asset alternativi. L’unico investimento out of the box che mi sono concessa personalmente è una piccola produzione di liquore nocino, che il nonno amava tanto. Più che altro per non dimenticare uno dei suoi maggiori insegnamenti: bisogna sì lavorare, ma nella vita è anche importante divertirsi e passare momenti sereni con le persone con cui si sta bene”.

La Fondazione Act per “avanguardia, cultura, territorio”

La volontà di creare benessere è una cifra costante nel racconto di Valentina che si è fatta portavoce con il resto della sua generazione anche della Fondazione Marchesini ACT, un acronimo che sta per “avanguardia, cultura e territorio”: “Abbiamo sentito l’esigenza forte di dare una struttura alle attività di charity che abbiamo sempre fatto – spiega Valentina- e per il post pandemia c’è bisogno di farlo con una professionalità che mantenendo queste attività all’interno del core risultava impossibile. Abbiamo donato 500mila euro per iniziare partendo dal territorio e dalle esigenze più impellenti del cibo e del tetto sulla testa e delle malattie rare, per poi aprirci ad altre iniziative”. La fondazione è partecipata sia direttamente dalla famiglia sia dal gruppo.

La cura del buon padre di famiglia

Tutte le scelte in tema di patrimonio, investimenti e organizzazione dipendono, secondo Valentina, dal carattere familiare dell’impresa, che tale rimane anche con una dimensione che la posiziona tra le aziende medio-grandi nel panorama italiano. “Il fatto che la proprietà sia ancora interamente in mano alla famiglia produce la cura del buon padre di famiglia”. E cosa accade nei diversi passaggi generazionali? “Fino a oggi abbiamo industrializzato cose che mio nonno faceva da sempre in maniera artigianale. L’eredità che sento di portare in dote mi obbliga a creare oggi una cultura tale per cui l’azienda sopravviva a noi senza snaturarsi. Per cui quando non ci saremo più noi o quando le dimensioni o la necessità di ulteriori trasformazioni lo richiederanno, i manager si relazionino alle persone come avremmo fatto noi”. Per creare questa cultura Marchesini Group ha avviato nella sua Academy, in accordo con la Bologna Business School dell’Università di Bologna, un Master biennale in Mba aperto a tutti i dipendenti di tutte le sedi italiane del Gruppo. “È già partita la seconda edizione del master, in modo che in 4-5 anni avremo formato 100 persone che possano diventare ambasciatori della cultura Marchesini. La crescita futura dell’azienda passa da loro. Un’altra eredità che mi sento di dover traghettare nel futuro dopo di me è quella di dirigere la transizione da una gestione da padre padrone, nel senso buono del termine, ad azienda managerializzata, attraverso una leadership condivisa. Il primo passo è stato fatto cinque anni fa con l’ingresso dell’amministratore delegato che non è un componente della famiglia”. Il primo di molti possibili passi nella medesima direzione a completamento di un percorso di evoluzione iniziato negli anni ’80 e mai interrotto.

Un’azienda internazionale e sartoriale

“Mio padre ha compiuto due passaggi: quello dell’internazionalizzazione che ha consentito al Gruppo una prima crescita esponenziale e quello di aver avviato un m&a industriale, acquisendo imprese che producevano con successo macchine complementari alle nostre. Oggi abbiamo tredici stabilimenti produttivi in Italia, rimasti laddove sono nati, molti gestiti dall’imprenditore che c’era prima e altri da manager professionisti. Non li abbiamo spostati perché il business ha a che fare con la rete di fornitura e con l’indotto locale”. Il business model di Marchesini Group è quello della sartoria industriale: “siamo sarti dell’alta moda che scelgono e acquistano il materiale iniziale e fanno la rifinitura all’abito. Tutto quello che c’è in mezzo lo fanno i piccoli e piccolissimi artigiani della filiera. Contribuiamo al mantenimento della catena del valore di un territorio che cresce tutto insieme, dove le imprese grandi non mangiano le piccole, ma le aiutano a svilupparsi a loro volta”. In questa affermazione c’è l’heritage della Marchesini Group: partner dei protagonisti della filiera, che aiutano anche culturalmente ad aprirsi sul fronte del capitale e delle nuove tecnologie. “Facciamo un mestiere molto specializzato, cose che gli altri non sanno fare – dice Valentina – il know how cresce con il crescere delle nostre persone ed è per questo che abbiamo da sempre un programma di welfare molto articolato che mira a far stare bene chi lavora con noi”. Tutto il business è organizzato per garantire un work life balance: “In questo lungo periodo, segnato dalla pandemia globale, non abbiamo mai fatto smart working, per esempio, perché crediamo nella forza della collaborazione e del luogo di lavoro come luogo di comunità. Abbiamo allora investito per mandare a casa dei nostri dipendenti degli educatori professionisti che si occupassero dei loro figli durante le otto ore lavorative”. E in tempi normali, le iniziative a favore del welfare dei dipendenti sono diverse: “dal farmacista che porta farmaci in azienda a fine turno, al locker dove ci si può far spedire i pacchi in sede, all’osteopata che viene in azienda, alla possibilità di portare a casa la cena pronta. Sono risposte alle esigenze dei nostri dipendenti e collaboratori che decidiamo di ascoltare nella convinzione che questo porti valore a noi, oltre che a loro”.

(Articolo pubblicato sul Magazine We Wealth, numero di febbraio)


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di Laura Magna

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Giornalista professionista dal 2002, una laurea in Scienze della Comunicazione con una tesi sull’intelligenza artificiale e un master della Luiss in Giornalismo e Comunicazione di Impresa. Scrivo di macroeconomia, mercato italiano e globale, investimenti e risparmio gestito, storie di aziende. Ho lavorato per Il Mattino di Napoli; RaiNews24 e la Reuters a Roma; poi Borsa&Finanza, il Mondo e Plus24 a Milano. Oggi mi occupo del coordinamento del Magazine We Wealth (e di quello di tre figli tra infanzia e adolescenza). Collaboro anche con MF Milano Finanza.

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