Perché non possiamo dimenticare il Congo

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L’uccisione dell’ambasciatore Luca Attanasio, del carabiniere Vittorio Iacovacci e dell’autista Mustapha Milambo è avvenuta al confine di un’area che, secondo l’Onu, è sede di commercio illegale di stagno, tantalio e tungsteno. Il Congo è alla base delle nostre tecnologie più sofisticate. Non si muore per caso

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Tra qualche tempo con ogni probabilità ci saremo dimenticati anche i loro nomi, quello dell’ambasciatore Luca Attanasio, del carabiniere Vittorio Iacovacci e dell’autista del Pam Mustapha Milambo, uccisi nel Nord Kivu sulla strada che da Goma porta al Parco del Virunga. Eppure ci sono molte ragioni per non dimenticarsi del Congo.

Ogni volta si vorrebbe immaginare la morte, almeno accidentale, dell’ipocrisia, che invece sopravvive a ogni temperie. In decenni da inviato di guerra ho scritto purtroppo questo pezzo troppe volte nel ricordo di persone che conoscevo e di amici cari uccisi sul campo. Le recriminazioni sono comprensibili ma inutili e forse prive di senso. L’ambasciatore Luca Attanasio è stato ucciso in Congo proprio dove voleva portare una speranza di vita. Non una morte accidentale ma la conclusione tragica di un percorso professionale e personale che merita grande rispetto.

Non è stata certamente la sua una morte per caso. Attanasio non ha commesso un’imprudenza e se nulla fosse accaduto probabilmente nessuno o quasi avrebbe letto il suo rapporto sui progetti del World Food Program nel Nord del Kivu. Di quello che accade in Congo a Roma importa ben poco e Attanasio era finito lì per rimettere un po’ d’ordine in un’ambasciata finita nel limbo della Farnesina. Per chi non ha mai messo piede sul terreno è difficile comprendere che ci sono luoghi e situazioni in cui il pericolo e la morte ti camminano sempre a fianco. In Congo, come in Somalia, Angola, Iraq, Siria, Kurdistan, Afghanistan, nei Balcani. L’ipocrisia è come al solito che dimenticati i “nostri morti si passa ad altro”. In fondo come nel poema di Lawrence Ferlinghetti: “Il mondo è un posto bellissimo/ in cui nascere/ se non t’importa che qualcuno muoia sempre o forse solo muoia di fame/ ogni tanto/cosa che poi non è così terribile se a morire non sei tu”.

L’Africa e il Congo ce li dimenticheremo presto e insieme a loro anche il coltan, estratto con paghe da fame da popolazioni schiavizzate, che fa funzionare telefonini e computer, venduto per non sporcare le mani delle multinazionali nel confinante Ruanda (dove il coltan non c’è), beniamino del Fondo monetario. In realtà il Congo è al centro di interessi e conflitti armati che non si vogliono troppo raccontare, spesso sobillati dai Paesi confinanti come Uganda e Ruanda che sono alleati degli Stati Uniti e dell’Occidente.

La Repubblica Democratica del Congo (RDC) è uno “scandalo geologico” e dalle sue miniere dipende gran parte della tecnologia mondiale. Insomma, il Congo è un Paese strategico ma non lo si vuole dire ad alta voce. Le ricchezze del Congo, grande otto volte l’Italia, trovano sede in territori diversi e in contesti differenti: oro nell’Ituri e nel Sud Kivu; diamanti a Kisangani, uranio, rame e cobalto nel Katanga; senza conta- re il legname pregiato un po’ ovunque. Nel Nord Kivu, la regione dove è stato ucciso l’ambasciatore italiano, è concentrata buona parte del coltan congolese: la columbo-tantalite è da anni l’oro delle nuove tecnologie e la sua estrazione informale finanzia i gruppi armati locali, che la contrabbandano in cambio di denaro o di armi, in un circolo vizioso che asfissia il tessuto sociale. Non si tratta però dell’unica risorsa nella zona: stagno e tungsteno sono altri minerali importanti. E poi ci sono gli idrocarburi: petrolio e gas naturale presenti in ingenti quantità. Il petrolio si trova all’interno del Parco Nazionale dei Virunga, il parco più antico d’Africa, noto soprattutto per gli ultimi gorilla di montagna. La sua superficie si estende in una fascia a forma di luna e stretta a ridosso del confine con Rwanda e Uganda.

I giacimenti petroliferi si trovano sotto le acque dei laghi Edward e Albert, più a nord, sul confine con l’Uganda. Sul versante congolese, la compagnia inglese Soco aveva ottenuto un contratto di esplorazione, ma le fortissime pressioni internazionali nel 2015 fecero saltare gli ac- cordi. Nel 2017 era comparsa una nuova compagnia sconosciuta, la Oil Quest International, che secondo Africa Energy Intelligence è controllata, tramite un gioco di scatole cinesi, proprio dal figlio del presidente della Soco. Quest’ultimo è l’ex direttore di Gazprom Invest e presidente di Quantic Mining. Il gas naturale si trova invece sul fondo del lago Kivu, un fenomeno rarissimo presente in soli tre laghi al mondo: il Kivu e i due laghi camerunesi Nyos e Monoun. Sulla sponda ruandese del lago, l’estrazione del gas avviene già da diversi anni.

Tutt’altro discorso invece riguarda l’estrazione dei minerali: dalle grandi compagnie si passa al lavoro artigianale e spesso clandestino, che in alcune aree è uno dei pochi mezzi di sopravvivenza per la popolazione. Secondo l’ultimo rapporto del gruppo di esperti delle Nazioni Unite sul Congo, “gruppi armati e reti criminali hanno continuato a darsi al com- mercio illegale di stagno, tantalio e tungsteno a partire dai siti minerari situati nel territorio del Masisi”, che confina col territorio di Rutshuru, l’area dove si stava recando Attanasio con la missione del Programma alimentare mondiale. In Congo non si muore per caso ma ci si dimentica sistematicamente che è alla base delle nostre tecnologie più sofisticate. Amnesia e ipocrisia spesso vanno a braccetto. Il mondo, come diceva Ferlinghetti, è un posto bellissimo.

(articolo tratto dal magazine We Wealth di marzo 2021)

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di Alberto Negri

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È stato inviato speciale e corrispondente di guerra del Sole 24 Ore negli ultimi 30 anni per le zone Medio Oriente, Africa, Asia Centrale e i Balcani. Nel 2009 ha vinto il premio giornalistico Maria Grazia Cutuli, nel 2015 il premio Colombe per la pace. nel 2016 il premio Guidarello Guidarelli e nel 2017 il premio Capalbio saggistica per il libro “Il Musulmano Errante”.
Oggi è Senior Advisor dell’ISPI, Istituto degli Studi di Politica Internazionale.

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