Investire nell’idrogeno: 5 numeri spiegano perché farlo

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Cinque grafici mostrano come l’idrogeno possa svolgere un ruolo chiave nella transizione verso un mondo a zero emissioni. Svelando anche l’attuale gap da colmare fronte investimenti

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L’idrogeno potrebbe contribuire ad abbattere sette gigatoni annui di emissioni di Co2 a livello mondiale entro il 2050

Annunciati 680 progetti su larga scala legati all’idrogeno, per un ammontare di 240 miliardi di dollari di investimenti

Entro il 2050, secondo una nuova analisi di McKinsey, l’idrogeno potrebbe contribuire ad abbattere sette gigatoni annui di emissioni di Co2 a livello mondiale. Si parla di circa il 20% delle emissioni causate dall’uomo, considerando la traiettoria attuale del surriscaldamento globale. Ma resta un gap d’investimento da 460 miliardi di dollari da colmare.

Il ruolo dell’idrogeno nella più ampia transizione energetica è stato esplorato in una serie di rapporti redatti dalla società internazionale di consulenza manageriale in collaborazione con l’Hydrogen council, iniziativa globale guidata dai ceo di oltre 140 aziende leader nel settore dell’energia, dei trasporti, dell’industria e degli investimenti. Gli analisti di McKinsey, in una sintesi dal titolo Five charts on hydrogen’s role in a net-zero future, hanno dimostrato innanzitutto come l’idrogeno abbia il potenziale di decarbonizzare una varietà di settori. L’industria e i trasporti (come quello aereo o marittimo) raccolgono la maggior parte del potenziale di abbattimento delle emissioni di anidride carbonica come mostrato nel grafico sottostante, rispetto a una possibile contrazione complessiva delle emissioni di 80 gigatoni entro il 2050.

 

A livello globale sono stati annunciati 680 progetti su larga scala legati all’idrogeno, per un ammontare di 240 miliardi di dollari di investimenti. L’Europa, in particolare, potrebbe svolgere un ruolo significativo nel raggiungimento degli obiettivi di decarbonizzazione, con l’utilizzo dell’idrogeno in applicazioni industriali, nei trasporti e nella produzione di energia. Basti pensare che solo nel Vecchio Continente si contano 314 dei 680 progetti annunciati. In Asia, invece, la Cina rappresenta circa la metà degli annunci complessivi (154), principalmente concentrati sull’utilizzo dell’idrogeno nei trasporti. Seguono il Nord America con 103 progetti legati all’idrogeno, l’Oceania con 54 progetti, l’America Latina con 25, e Medio Oriente e Africa con 34.

 

“Oggi la maggior parte dell’idrogeno è prodotto con combustibili fossili, noto anche come idrogeno grigio”, spiegano gli analisti. Ma per realizzare il potenziale dell’idrogeno come strumento di decarbonizzazione, aggiungono, sarà necessario “un aumento significativo dell’idrogeno pulito” che può essere prodotto con fonti rinnovabili (spesso descritto come “idrogeno verde”) o con combustibili fossili combinati a misure per ridurre significativamente le emissioni, come la cattura, l’utilizzo e lo stoccaggio di carbonio (noto come “idrogeno blu”). Stando agli studi, la domanda di idrogeno pulito potrebbe crescere fino a sfiorare le 660 milioni di tonnellate all’anno entro il 2050. La produzione totale di idrogeno verde e blu stimata entro il 2030 supera le 26 milioni di tonnellate annue, una cifra quasi quadruplicata dal 2020. E, in questo contesto, i costi di produzione dell’idrogeno si attendono in calo nel prossimo decennio.

 

Un altro tema è quello dell’industria siderurgica, una delle industrie a più alta emissione di Co2 al mondo. L’acciaio, si legge nell’analisi, è infatti responsabile di circa l’8% delle emissioni annuali di anidride carbonica a livello globale. Produrlo attraverso l’impiego dell’idrogeno potrebbe ridurre l’impronta di carbonio del settore: si stima che l’acciaio genererà infatti circa l’8% della domanda di idrogeno pulito nel 2030 e potrebbe giungere a rappresentare quasi il 20% delle emissioni evitate proprio grazie all’idrogeno in quell’anno. In tutto il mondo, infatti, sono stati annunciati oltre 50 progetti di produzione dell’acciaio attraverso l’impiego dell’idrogeno.

 

Come anticipato tuttavia in apertura, resta un notevole divario in termini di investimenti da colmare affinché l’idrogeno possa contribuire pienamente alla transizione verso un futuro net-zero. Si parla di investimenti aggiuntivi per 460 miliardi di dollari entro il 2030, se si sottraggono i 240 miliardi di dollari di progetti annunciati ai 700 miliardi di dollari di investimenti complessivi necessari. A necessitare maggiori risorse è la produzione di idrogeno pulito, per la quale si parla di un gap in termini di finanziamenti di circa 150 miliardi di dollari entro il 2030. Ricordiamo che, stando a una guida realizzata dalla piattaforma justEtf e aggiornata al 1° novembre 2022, sono cinque i principali fondi per investire in titoli azionari sull’idrogeno: L&G hydrogen economy ucits etf usd acc (che replica la performance di aziende internazionali operanti nell’industria dell’idrogeno), VanEck hydrogen economy ucits etf (che replica aziende globali che operano nell’economia dell’idrogeno filtrando i titoli azionari sulla base dei criteri Esg), Bnp Paribas easy ecpi global esg hydrogen economy ucits etf (che replica aziende di mercati internazionali leader nell’utilizzo sostenibile di risorse di idrogeno), Global X hydrogen ucits etf acc usd (lanciato lo scorso 7 febbraio, che replica a sua volta la performance di aziende internazionali attive nell’industria dell’idrogeno) e Invesco hydrogen economy ucits etf acc (quotato a partire dal 7 settembre 2022).


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di Rita Annunziata

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Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.

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