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Claire Carter di New street consulting group: “L’ampio divario retributivo all’interno dei cda è in gran parte legato al fatto che il 91% delle donne ricoprono ruoli non esecutivi. Concentrarsi esclusivamente sulle percentuali di professioniste nei board non basta”
Ma per chi riesce a raggiungere tali posizioni di vertice, la situazione non sembra migliorare: i direttori esecutivi al femminile guadagnano in media 1,5 milioni di sterline, contro i 2,5 milioni della controparte maschile
La chiave, spiega, è garantire che le professioniste abbiano maggiori responsabilità esecutive e siano formate e preparate adeguatamente per assumere tali responsabilità. Senza dimenticare che diversi studi dimostrano come consigli di amministrazione diversificati siano associati a migliori prestazioni finanziarie, inclusi profitti più elevati e maggiori rendimenti nei mercati azionari. Un recente rapporto del Financial reporting council, in collaborazione con la London business school, il Leadership institute e Sqw, mostrano per esempio che avere almeno una donna nel board potrebbe consentire un incremento dei prezzi delle azioni del 10% in un solo anno. Una percentuale che salirebbe al 25% in cinque anni per i cda con una rappresentanza femminile del 33%. Per Carter, inoltre, aumentare il numero di donne che rivestono ruoli esecutivi potrebbe anche “ispirare una maggiore presenza femminile” nei board, “a ulteriore vantaggio dell’azienda”.
Ricordiamo che il 34,3% delle posizioni nei consigli di amministrazione del Ftse350 è in rosa (stando agli ultimi dati risalenti al mese di gennaio e raccolti dal quotidiano economico-finanziario britannico) contro il 21,9% di ottobre 2015. Un risultato ottenuto dopo che nel 2016 il governo britannico e l’Hampton-Alexander Review hanno sostenuto l’obiettivo di raggiungere una percentuale del 33% di donne nei board entro la fine del 2020.

