Paesi emergenti: dopo il Covid sale rischio default

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Un’analisi di Kenneth Rogoff e di alcuni economisti della Banca Mondiale avverte sui rischi per la sostenibilità degli emergenti

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La prospettiva di una crescita post-Covid sostenuta ed accompagnata a una più elevata inflazione non dovrebbe distogliere l’attenzione dal fatto che, per i Paesi emergenti più indebitati, le prospettive di sostenibilità si sono deteriorate

Per questo gli autori dell’analisi invitano la comunità globale verso un piano per guidare una nuova fase di default

La “comunità globale” dovrebbe prepararsi a coordinare delle iniziative di default controllato per alcune economie emergenti le cui finanze sono state gravemente colpite dalla crisi pandemica. E’ un messaggio privo di allarmismi, ma molto risoluto nei contenuti quello lanciato dall’economista Kenneth Rogoff (Università di Harvard), assieme con i colleghi della Banca Mondiale M. Ayhan Kose (Director of Prospects Group) e Franziska Ohnsorge (Lead Economist in the Development Economics).

L’antefatto è abbastanza noto. L’impatto del Covid-19 ha fatto lievitare il debito pubblico ovunque nel mondo, inclusi i Paesi emergenti. Nel gruppo dei Paesi in via di sviluppo ed emergenti il rapporto debito/Pil nel 2020 è arrivato ai massimi degli ultimi 30 anni al 63%. “Questo si aggiunge all’impennata del debito estero privato, che spesso colpisce i bilanci pubblici in una crisi, per non parlare delle notevoli tensioni sui sistemi bancari”, hanno scritto gli autori in un intervento pubblicato su VoxEu.

La sostenibilità dei debiti pubblici viene, di regola, favorita da tassi di crescita superiori a quelli dei tassi d’interesse e dalla crescita dell’inflazione. Tutto questo dovrebbe suonare, nel contesto attuale, come una buona premessa per la gestione del problema-debito. Tuttavia, hanno sottolineato gli economisti, nel caso degli emergenti il discorso è più complicato di così.

Il contributo dell’inflazione

“E’ improbabile che l’inflazione riduca l’onere del debito reale in modo duraturo quando la quota di debito a breve termine o di debito denominato in valuta estera è grande”, hanno affermato Rogoff e gli altri autori, “nel Paese emergente mediano, il debito pubblico denominato in valuta estera rappresentava il 42% del debito pubblico nel 2019″.

“Se una grande quota di debito è a breve termine e deve essere rinnovata, i tassi di interesse sul debito di nuova emissione aumenteranno di pari passo con l’inflazione perché gli investitori richiedono tassi di interesse più elevati in compensazione. Se una gran parte del debito è denominata in valuta estera, il deprezzamento che tipicamente accompagna l’inflazione fa aumentare gli oneri del servizio del debito”.

Nella migliore delle ipotesi un innalzamento inatteso dell’inflazione potrà alleggerire per un breve periodo (“one-off”) gli oneri derivanti dal debito, ma non potrà dare un supporto “se il debito elevato è il risultato di pressioni di spesa persistenti o di debolezze nelle entrate”.

Il ruolo della crescita

La crescita è stata un ingrediente storicamente efficace per la riduzione dei debiti pubblici. Tuttavia, hanno ricordato gli autori, è importante avanzare qualche cautela sul suo possibile ruolo, per gli anni del post-Covid. “La crescita da sola non è stata sufficiente, in genere, per ridurre il debito per periodi prolungati. I periodi di elevato debito – quando una sua riduzione potrebbe essere più desiderabile – non sono stati accompagnati, o seguiti, da una crescita elevata (Reinhart et al. 2012)”, pertanto, “essere in grado di prendere denaro in prestito può essere un bene per la crescita, ma una sbornia di debito elevato non lo è”.

Inoltre, hanno aggiunto Rogoff e gli altri autori “i periodi in cui i tassi d’interesse sono al di sotto di quelli di crescita” – durante i quali il debito può scendere facilmente – “possono finire rapidamente”: infatti, i Paesi con debito elevato reagiscono agli shock con un  deterioramento più improvviso del differenziale fra tasso d’interesse e tasso di crescita. Più in generale, non è affatto detto che la crescita si manterrà sostenuta per i diversi anni che seguiranno la pandemia: già prima del Covid, “l’economia globale stava attraversando un decennio di rallentamento della crescita della produttività” e “il danno aggiuntivo della pandemia può ulteriormente accentuare” questo fenomeno.

Lo scenario dei default

“Se sia l’inflazione sia la crescita falliranno come meccanismi per ridurre gli oneri del debito in modo duraturo, i Paesi emergenti e in via di sviluppo altamente indebitati potrebbero alla fine dover ricorrere al default o alla ristrutturazione del debito”, hanno concluso gli autori, sottolineando che l’esperienza storica suggerisce che questi eventi si accompagnano “tipicamente con un’inflazione galoppante e da risultati macroeconomici significativamente peggiori”.

Di per sé dichiarare default provoca effetti negativi sulla fiducia a lungo termine, con un accesso ai capitali internazionali più difficoltoso. Per limitare i danni, gli economisti suggeriscono di replicare alcune esperienze passate nelle quali “iniziative ombrello ben coordinate” hanno permesso alla “comunità globale di aiutare a ripristinare la sostenibilità fiscale in modo più rapido ed efficiente rispetto ai normali processi giudiziari”. Fra i precedenti citati, il più recente è quello della Multilateral Debt Relief Initiative del 2005.


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di Alberto Battaglia

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Responsabile per l’area macroeonomica e assicurativa. Giornalista professionista, è laureato in Linguaggi dei media e diplomato in Giornalismo all’Università Cattolica

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