Open banking, in Europa ancora dieci anni alla meta

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Un’indagine appena pubblicata dalla piattaforma leader nell’open banking in Europa rivela che per la sua implementazione ci vorranno almeno dieci anni. L’Italia è il paese più ottimista

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L’Italia è uno dei paesi più ottimisti sui tempi dell’open banking. Il 34% delle istituzioni finanziare del nostro paese prevede infatti il completamento dei propri obiettivi in meno di cinque anni. Intanto in Italia la propensione verso l’open banking cresce dal 57% nel 2019 al 71% nel 2021, poiché i dirigenti ne sfruttano il potenziale commerciale e ne riconoscono l’importanza strategica
Occorreranno dieci anni ai paesi europei perché il percorso dell’open banking sia interamente compiuto. Lo rivela uno studio condotto da Tink, piattaforma di oper banking leader in Europa. A dispetto dell’entusiasmo generale nei confronti di questa modalità di fruizione dei servizi bancari, il 40% dei dirigenti finanziari (campione: 308 individui) di 12 paesi del Vecchio Continente ammette che alla propria organizzazione ci vorranno dai 5 ai 10 anni per realizzare i propri obiettivi di open banking, e un ulteriore 37% ritiene che ci potrebbe volere più di un decennio. Questi tempi cauti riflettono la dimensione del lavoro messo in campo ed evidenziano come molte organizzazioni si stiano imbarcando in complessi progetti di trasformazione dell’open banking su larga scala che richiederanno diversi anni per essere realizzati.

open banking europa

Andando per categorie, le più ottimiste in assoluto riguardo ai tempi sono le challenger bank e le società di gestione patrimoniale: il 75% e il 74% rispettivamente ritiene che gli obiettivi di open banking delle proprie istituzioni possano essere raggiunti in meno di un decennio. All’estremità più cauta della scala, sono solo il 55% dei fornitori di mutui, il 56% dei fornitori di credito e il 57% dei fornitori di servizi di pagamento a ritenere di poter raggiungere la maturità dell’open banking entro un decennio.

L’Italia dal canto suo è il paese più ottimista al riguardo. Nel Belpaese solo il 23% dei dirigenti finanziari prevede che ci vorrà più di un decennio per completare gli obiettivi di open banking. Un altro 43% ritiene che ce ne vorranno dai cinque ai dieci, mentre il 34% stima che basteranno meno di 5 anni.

Secondo lo studio, l’atteggiamento del mondo bancario italiano riflette una portata più limitata delle strategie di open banking in questo mercato (come anche in Spagna e in Francia). Ci si concentra infatti più su casi d’uso a breve termine basati sulla compliance che su progetti di trasformazione a vasto raggio.

 

 

 

Più di tre su quattro dirigenti finanziari italiani (77%) ritengono che l’open banking stia avendo un effetto rivoluzionario sul settore dei servizi finanziari. Il sentimento positivo nei confronti dell’open banking continua a crescere in Italia – dal 57% nel 2019 al 71% nel 2021. Le nostre istituzioni finanziarie stanno iniziando a comprendere i vantaggi derivanti dall’open banking – riconoscendo come si possano ottenere opportunità commerciali immediate migliorando la customer experience (secondo il 36% degli intervistati), lanciando nuovi servizi digitali (per il 35%) e aumentando le entrate (per il 34%).

 

Marie Johansson, country manager di Tink in Italia, commentando i numeri emersi dallo studio si è detta felice «di riscontrare come la stragrande maggioranza delle istituzioni finanziarie europee siano desiderose di abbracciare il vero potenziale dell’open banking». Si dice anche consapevole «che una rivoluzione non avverrà da un giorno all’altro, anche perché in mercati come l’Italia è ancora importante far capire come i casi d’uso dell’open banking non si limitino alla compliance ma possano davvero trasformare il settore su larga scala. Ciononostante, molti lo hanno già compreso e sono alle prese con complessi progetti di trasformazione che potrebbero richiedere più di un decennio per portare ad un risultato concreto».


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di Teresa Scarale

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Caporedattore Pleasure Asset. Giornalista professionista, garganica, è laureata in Discipline Economiche e Sociali presso l’Università Bocconi di Milano. Scrive di finanza, economia, mercati dell’arte e del lusso. In We Wealth dalla sua fondazione

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