Nomadi digitali: anche Airbnb punta sull’Italia

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L’Italia ha recentemente introdotto un permesso speciale per i nomadi digitali stranieri che decidono di trascorrere parte dell’anno nel territorio dello Stato

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In un ambiente normativo favorevole, i nomadi digitali potrebbero svolgere un ruolo chiave nel favorire l’imprenditorialità nelle comunità in cui vanno a risiedere

Friuli Venezia Giulia e Puglia fra le 20 località mondiali considerate “remote worker-friendly” per Airbnb

Il confine tra viaggi, vita quotidiana e lavoro non è più così netto”. Questo è uno degli slogan che Airbnb – la famosa piattaforma Usa che mette in contatto proprietari di alloggi con persone in cerca di un appartamento – utilizza per promuovere il programma volto a incentivare il “nomadismo digitale”.

Occorre ricordare che nomadi digitali sono coloro che, non residenti nello stato in cui sono localizzati svolgono attività lavorativa altamente qualificata attraverso l’utilizzo di strumenti tecnologici, lavorando per lo più da remoto, in via autonoma ovvero per un’impresa anche non residente nel territorio dello Stato.

Il fenomeno del nomadismo digitale

Ad avviso di Aribnb:

  • nel 2021 l’11% delle persone che hanno prenotato un alloggio attraverso la piattaforma ha affermato di avere uno stile di vita nomade 
  • il 74% degli utenti Airbnb intervistati dalla piattaforma ha dichiarato di essere interessato a vivere in un luogo diverso rispetto a quello del proprio luogo di lavoro
  • nel 2021 1 ospite su 5 ha utilizzato Airbnb per lavorare da remoto durante i suoi viaggi 
  • i c.d. “solo-traveler”, negli ultimi due anni, sono aumentati di oltre il 90%.

Nomadi digitali in Italia

Ebbene, alla luce di questi dati, nella consapevolezza che si tratta di un trend non destinato ad affievolirsi, Airbnb ha deciso di puntare sull’Italia per continuare la politica di supporto al nomadismo digitale.

A tal riguardo, Airbnb, a “caccia” di nomadi digitali, ha puntato sul Friuli Venezia Giulia e sulla Puglia, in particolare Brindisi, per promuovere questi territori come dei veri e propri “hub” per nomadi digitali.

Per favorire il nomadismo digitale e rispondere alle esigenze dei nomadi digitali, nei prossimi mesi Airbnb lavorerà con le destinazioni selezionate come “hub” dando visibilità alle migliori soluzioni di alloggio a lungo termine presenti in loco e facilitando l’accesso alle informazioni necessarie riguardo il soggiorno in Italia. 

La piattaforma, inoltre, come è dato leggere in un comunicato della società americana, collaborerà con gli enti locali per organizzare iniziative dedicate all’ospitalità responsabile e a come viaggiare da remote worker.

Novità normative

Del resto, si può osservare che la strategia di Airbnb si inscrive in un momento “normativamente” propizio per la figura del nomade digitale in Italia. 

È stato, infatti, di recente approvato con il Decreto “Sostegni-ter” un emendamento che introduce nel nostro ordinamento la figura del “Nomade Digitale” per raccogliere la sfida di città e paesi ad attirare i lavoratori a distanza nei periodi di bassa stagione, con l’obiettivo di arrivare a una ridistribuzione dei luoghi in cui le persone viaggiano e vivono. 

L’emendamento introduce un permesso di soggiorno della durata di 12 mesi da rilasciare ai nomadi digitali, a condizione che il richiedente dimostri di essere in possesso di, o di avere la disponibilità di attivare, un’assicurazione sanitaria; nonché di rispettare la normativa fiscale e contributiva vigente in Italia.

Ad avviso di Airbnb, che riprende un precedente studio condotto dall’Università di Harvard, i nomadi digitali non solo possono rappresentare un beneficio per qualsiasi economia, ma potrebbero, in un ambiente normativo favorevole, svolgere anche un ruolo chiave nel favorire l’imprenditorialità nelle comunità in cui andrebbero a risiedere.


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di Nicola Dimitri

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Redattore e coordinatore dell’area Fiscal & Legal di We Wealth. In precedenza ha lavorato nell’ambito del diritto tributario e della fiscalità internazionale presso primari studi legali

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