Metaverso, in che modo potrà far guadagnare Meta & co.

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Alcuni dei revenue model delle big tech che investiranno nei miliardi nel metaverso non suonano rivoluzionari, altri decisamente di più

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In che modo offrire agli utenti un’esperienza che fonde realtà aumentata e second life digitale, ripagherà Meta o Microsoft dei loro investimenti miliardari?

Advertising e Nft sono alcuni degli aspetti che potrebbero caratterizzare i modelli di business legati al metaverso

Alcune settimane fa l’avvocato specializzato in tecnologia Brittan Heller della Foley Hoag, aveva confessato al Financial Times i suoi timori sulle possibili pratiche di advertising nel metaverso. “Il mio scenario da incubo è che la pubblicità mirata basata sulle nostre reazioni biologiche involontarie agli stimoli inizierà a comparire nel metaverso”, aveva dichiarato, “in questo momento non ci sono vincoli legali su questo”. I 100 miliardi dollari che Meta intende spendere nel metaverso nei prossimi dieci anni, indicano chiaramente come il colosso fondato da Mark Zuckerberg intravede in questo nuovo ecosistema una grande possibilità di guadagno. E Facebook non è sola in questa partita: anche Microsoft ha deciso di collegare la sua più grossa acquisizione, quella della Activision Blizzard, “ai mattoni di costruzione per il metaverso”.

In che modo, però, offrire agli utenti un’esperienza che fonde realtà aumentata e second life digitale, ripagherà Meta o Microsoft dei loro investimenti miliardari? Per quanto riguarda l’ex Facebook una parte della risposta è già stata fornita in via ufficiale:

“Per noi, il modello di business nel metaverso è guidato dal commercio”, aveva detto Nick Clegg, head of global affairs di Meta in un’intervista, “chiaramente gli annunci pubblicitari giocano un ruolo in questo”.

Con l’immersione nella realtà aumentata si creerebbero nuovi spazi per inserzioni minuziosamente targettizzate. A dimostrarlo sono una serie di brevetti depositati dalla stessa Meta che è facile collegare agli obiettivi di raccolta pubblicitaria. Altri ancora fanno sorgere dubbi su potenziali utilizzi invasivi: brevetti su tecnologie in grado di interpretare le espressioni facciali e lo sguardo dell’utente, che i caschetti per la realtà estesa monitorerebbero attraverso specifici sensori.

L’idea che buona parte degli investimenti delle big tech nel metaverso saranno ripagati tramite incassi pubblicitari non suona molto rivoluzionaria, ma appare come un’opportunità di business concreta.

La pubblicità “produce margini elevati e permette ai creatori di contenuti di guidare la scoperta e il coinvolgimento con il loro lavoro, rendendolo attraente – e, soprattutto, fattibile – per chiunque esplori il metaverso come opportunità di business”, hanno affermato due autori del World Economic Forum, Stefan Brambilla Hall e Cathy Li. “Eppure”, hanno aggiunto, “la pubblicità oggi è dominata dal settore privato e legata a prodotti che hanno prevalentemente valore nel mondo reale. Questo non supporta realmente l’argomento che il metaverso creerà una nuova economia digitale, diversa da quella che conosciamo oggi”.

Se, però, il metaverso diventerà un mondo alternativo nel quale verrà trascorsa una buona parte dell’esistenza dell’utente, creare “pezzi unici” da ammirare nel proprio ecosistema potrà essere un’importante fonte di business. Ed è qui che entrano in gioco gli Nft, i token non fungibili, e il loro ruolo in un mondo parzialmente virtuale.

Essendo creazioni del dominio digitale, la compravendita di questi token potrebbe diventare un fenomeno mainstream proprio nel metaverso. Un possibile modello di business ad essi collegato potrebbe includere una “funzione per la quale il creatore di un Nft viene pagato con una percentuale ogni volta che il suo token viene scambiato; ciò potrebbe essere usato per sostenere finanziariamente gli artisti”, hanno scritto Hall e Li. “Il ruolo importante che le industrie creative giocano nel plasmare la cultura e le identità potrebbe normalizzare gli Nft presso un pubblico più ampio”.

Da queste creazioni che guadagno potrebbero trarre Meta o Microsoft? “I creatori di metaversi potrebbero far pagare commissioni sulle transazioni”, un po’ come oggi avviene sull’app store per le applicazioni sviluppate da terze parti. “Questo modello fornirebbe agli sviluppatori un pubblico globale e ai consumatori un’esperienza comune”, hanno affermato gli autori. Ancora una volta l’idea che qualcosa di mediato dalla blockchain, come gli Nft, porti alla decentralizzazione verrebbe sfidata dalla creazione di metaversi proprietari delle big tech. Allo stesso tempo un metaverso funziona se favorisce esperienze uniformi a un vasto gruppo di utenti. Sembrerebbe dunque un modello centralizzato – e non decentralizzato come in quello sognato dai fautori del Web3.


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di Alberto Battaglia

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Responsabile per l’area macroeonomica e assicurativa. Giornalista professionista, è laureato in Linguaggi dei media e diplomato in Giornalismo all’Università Cattolica

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