I mercati vedono nubi all’orizzonte. Tapering, sostegno fiscale più contenuto e ripresa economica ormai nella sua fase finale preoccupano gli investitori. Nel mentre è tornato l’appetito per il tech
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Bank of America ha pubblicato il report mensile Global fund manager survey, nel quale ogni mese valuta quale sia il sentimento di mercato
Quasi il 50% degli intervistati crede che la crescita economica sia giunta quasi al termine e che anche i profitti delle aziende abbiano già toccato il picco massimo di crescita
Il trade più “affollato” di luglio è risultato l’acquisto di azioni tech, scavalcando al primo posto l’acquisto di materie prime
L’ottimismo sui mercati sta svanendo. Sempre meno investitori si dicono infatti convinti che l’economia globale possa continuare a galoppare come fin qua accaduto. Di riflesso anche le aspettative sulla crescita dei profitti si sono notevolmente ridotte. A dirlo è il Global Fund Manager Survey di luglio, sondaggio condotto mensilmente dal Global Research di BofA ML, a livello globale e regionale, tra i gestori di fondi. Solo il 47% dei 226 intervistati – che complessivamente gestiscono 518 miliardi di dollari – si dice per la crescita.
Si tratta del livello più basso dal terzo trimestre del 2020, segnando di fatto in marzo il picco massimo di ottimismo raggiunto circa le prospettive imminenti. Solo quattro mesi fa a credere nella ripresa economica era il 91% degli intervistati e l’89% di essi affermava di essere certo sulla crescita futura dei profitti delle imprese. Ad un’analisi più attenta, tuttavia si osserva come il tonfo delle aspettative si è registrato nell’ultime mese: il sentiment sulla crescita del pil è calato del 28% (in termini di intervistati) e quello sulla crescita dei profitti del 24%. A spaventare gli investitori non è tanto l’inflazione: solo il 22% ritiene che si osserveranno prezzi più alti di quelli attuali nei prossimi mesi. Per il 70% l’inflazione ha infatti tutti gli ingredienti per essere considerata di carattere transitorio. È piuttosto una combinazione di diversi fattori. Innanzitutto, la maggior parte dei gestori crede – per l’esattezza il 73% (+9% rispetto allo scorso mese) – che la crescita sia ormai nella fase di mid-cycle o di late cycle. A ciò si aggiunge il probabile venir meno del sostegno da parte delle autorità. Il 70% degli intervistati si aspetta infatti che a Jackson Hole ad agosto (39%) o con il Fomc di settembre (31%), la Fed si pronuncerà per il tapering. Inoltre, ora i gestori si aspettano che il pacchetto fiscale sulle infrastrutture che passerà al Senato sarà più contenuto e pari a 1,4 mila miliardi di dollari, 300 miliardi in meno rispetto a quanto ci si aspettava un mese fa.
Di riflesso, sui mercati soffiano venti contrari rispetto a quelli degli ultimi mesi. Se il dogma di portafoglio era la triade junk-small-value ora sta tornando ad essere quality-large-growth, comparti le cui esposizioni sono tornate ai livelli pre-elezioni e pre-vaccino di ottobre 2020. A riprova del tornato appetito per i titoli a trazione growth, il trade più “affollato” di luglio è risultato l’acquisto di azioni tech, scavalcando l’acquisto di materie prime. La rotazione dai titoli ciclici (banche) e difensivi (utility) comunque è lontana dall’essersi realizzata. A livello geografico, l’Europa rimane la regione preferita dai gestori, seguita dagli Stati Uniti che continuano ad essere sovra-pesati, a contrario dei mercati emergenti, che complici i timori sulla Cina, hanno visto le loro posizioni in portafoglio essere tagliate considerevolmente. Al netto delle preferenze settoriali, in generale, i gestori continuano a dare ampio spazio in portafoglio all’azionario e alle materie prime, a discapito dell’obbligazionario, che rimane un’asset class sottopesata.
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Laureato in Finanza e mercati Internazionali presso l’Università Cattolica di Milano, nella redazione di We Wealth scrive di mercati, con un occhio anche ai private market. Si occupa anche di pleasure asset, in particolare di orologi, vini e moto d’epoca.
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