Mega cap avvertite: anche i titani cadono

5 MIN

Anche i titoli a più grande capitalizzazione, non solo soffrono le fluttuazioni di mercato, ma soprattutto non durano per sempre. Ecco perché investire in una strategia multi-fattoriale dovrebbe essere la scelta più saggia

Indice

WW Snippets test

Negli ultimi quarant’anni al vertice del mercato si sono avvicendate moltissime società e quasi nessuna è riuscita a sopravvivere alla prova del tempo. Delle società più grandi al 2010 solo Apple e Microsoft hanno ancora questo status

Nel 2020 le 10 mega-cap hanno contribuito per il 40% al rendimento generato dal mercato. Ma cosa succede quando i mercati invece di essere al rialzo sono al ribasso?

Amazon, Apple, Facebook solo per citarne alcuni. Veri e propri imperi, la cui capitalizzazione raggiunge i pil di interi stati, e il cui regno sembra destinato a perdurare per sempre. Eppure la storia insegna che nulla è per sempre. Neanche gli dei. Vedi, ad esempio, la Titonomachia: nella battaglia per l’Olimpo i vecchi dei, i Titani, sono stati sostituiti (sconfitti) dai nuovi dei, gli Olimpi. In altre parole mai sottovalutare quanto drasticamente il campo di gioco possa cambiare, anche nelle circostanze più improbabili. Anche in borsa. A fare il punto sulla fragilità degli dei del mercato è una ricerca di Research Affiliates, “The fall of the Titans”.

Nulla è per sempre

Basta guardare alla composizione dei primi dieci titoli per grandezza nel tempo per accorgersi che anche le mega-cap non sono invincibili. Una società può restare all’apice del mercato anche per decenni, ma prima o poi cadrà fuori dalla top ten. E così nessuno dei dieci titoli più importanti negli anni ottanta, e poi negli anni novanta ed infine nella prima decade del nuovo millennio compare tra i primi dieci nel 2021. Negli anni ottanta i titani erano i titoli petroliferi, che furono vinti dieci anni più tardi dai conglomerati giapponesi, a loro volta sopraffatti dall’avanzata tecnologica, in attesa di capire se i nuovi dei abbiano tratti orientali. Le uniche due aziende che sono rimaste al vertice dal 2010 sono Microsoft e Apple, due titoli a vocazione tech. Comparto, secondo alcuni, però attualmente dalle valutazioni troppo alte. Le big tech in effetti non rischiano meno di quelle che erano sulla cresta dell’onda all’epoca della bolla dot-com.

I primi dieci titoli per capitalizzazione negli ultimi 40 anni. Fonte: Research affiliates

Concentrazione di mercato

Research Affiliates ha confrontato la situazione odierna con quella di un ventennio fa, evidenziando come il mercato di oggi sia più concentrato e come la redditività delle mega-cap sia appena superiore rispetto a quella di ieri. Il peso dei primi dieci titoli per capitalizzazione sull’intero mercato oggi ha raggiunto un massimo storico, attestandosi al 16,6%. Al culmine della bolla tecnologica nell’aprile del 2000, tale livello era di gran lunga inferiore e pari al 13,7%. Inoltre confrontando la dimensione economica, rappresentata dai fondamentali di un’azienda (vendite aziendali, flussi di cassa, dividendi, buyback e valore contabile), emerge come le società di oggi godano di una salute economica maggiore solo marginalmente. Risulta infatti che i pesi dei due gruppi da un punto di vista dei fondamentali siano rispettivamente del 5,4% (aprile 2000) e del 6,9% (settembre 2020).

I primi (e ultimi) della classe

Un’alta concentrazione è una bandiera rossa per gli investitori, in quanto la performance di un indice ponderato per la capitalizzazione, come lo è l’S&P 500, per fare un esempio, dipende molto dall’andamento di questi titoli. In sostanza investire in un indice con o senza questi titoli cambia. Nel 2020 per esempio il mercato azionario globale, esclusi questi titoli, ha reso il 12,4%. Una cifra considerevole considerando che di mezzo c’è stata di mezzo la pandemia. Ma i primi dieci titoli hanno fatto ancora meglio, rendendo, a livello cumulato, il 58,5%, portando il rendimento dell’indice globale al 17,2%.  In altri termini, dieci titoli su migliaia hanno contribuito da soli per il 40% del rendimento complessivo del mercato. Ma cosa succede quando i mercati invece di essere al rialzo sono al ribasso?

La valenza growth e gli investitori retail

Nulla di buono. Oltre al rischio concentrazione, queste aziende soffrano anche di un altro problema: sono aziende growth. Come hanno mostrato infatti Arnott, Li e Sherrerd (2009a, b), gli investitori tendono a scontare eccessivamente le aziende value e a strapagare le aziende growth. Il tonfo potenziale in cui possono dunque incombere queste società è molto profondo. A ciò si aggiunge che stanno emergendo nuove criticità di mercato. La percentuale di azioni scambiate nel mercato statunitense dagli investitori retail è aumentata sostanzialmente nell’ultimo decennio, saltando dal 15% al 20% solo nel 2020. Ciò ha portato ad inefficienze di mercato. L’uso delle opzioni e della leva finanziaria è aumentato considerevolmente. Inoltre si è assistito a numerose deviazioni di prezzo. Alcune volte per errore, come nel caso di Zoom Technologies (ticker zoom) che è stata scambiata per Zoom Video Communication (ticker zm), vedendo il proprio prezzo salire alle stelle (del 1000%) per poi ripiombare a terra. Altre volte consciamente, come nel caso del Dogecoin. L’avvento dei piccoli investitori, agevolato da app come Robinhood che permettono di acquistare anche frazioni di azioni, ha interessato anche i titani. A dicembre 2020, le prime 10 società avevano un multiplo di valutazione medio di 12,6, tre volte superiore al resto dell’universo azionario globale.

Una strategia a prova di mega-cap

Come fare dunque per non incappare nel tonfo (eventuale) dei titani? Per Research Affiliates seguire strategie multi-fattoriali smart beta, in grado di migliorare la diversificazione del portafoglio sia in termini di rischio di concentrazione che di stile d’investimento al contempo generando rendimento a lungo termine, è la scelta migliore che un investitore possa fare. Un esercizio numerico lo dimostra: considerando il periodo tra giugno 1992 a dicembre 2020, Research Affiliates osserva come aggiungendo un’ allocazione multi-fattoriale a un benchmark generico, quale l’indice MSCI sui mercati sviluppati, si ottengono risultati notevoli. Al crescere della quota investita nella strategia multi-fattoriale, il rendimento di portafoglio aumenta e volatilità e concentrazione si riducono.

Tre diversi portafogli a seconda del peso dell’allocazione multi fattoriale e di quella indicizzata. Fonte: Research Affiliates

Warning: Undefined variable $tags in /home/wedev_n84yt/webapps/staging/wp-content/themes/the-project/template-parts/content.php on line 277

di Lorenzo Magnani

WW Snippets test

Laureato in Finanza e mercati Internazionali presso l’Università Cattolica di Milano, nella redazione di We Wealth scrive di mercati, con un occhio anche ai private market. Si occupa anche di pleasure asset, in particolare di orologi, vini e moto d’epoca.

Fai rendere di più la tua liquidità e il tuo patrimonio. Un’opportunità unica e utile ti aspetta gratuitamente.

Compila il form ed entra in contatto gratuitamente e senza impegno con l’advisor giusto per te grazie a YourAdvisor.

Articoli più letti

Ultime pubblicazioni

Magazine
Magazine N. 67 – aprile 2024
Magazine 66 – marzo 2024
Guide
Design

Collezionare la nuova arte fra due millenni

INVESTIRE IN BOND CON GLI ETF

I bond sono tornati: per anni la generazione di income e la diversificazione del rischio erano state erose dal prolungat...

Dossier, Outlook e Speciali
Più dati (e tech) al servizio del wealth
Il Trust in Italia