L’Opa porta al delisting: aziende in fuga dalla borsa

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Secondo lavoce.info sempre più spesso l’Opa è utilizzata in Italia per abbandonare la borsa, riguarda grandi imprese ed è spesso associata a un cambio di controllo societario

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Nel periodo 2007-2019 il 74% delle offerte totalizzanti su titoli azionari era accompagnate da un piano di delisting. Nel 2019 tale quota ha raggiunto il 90%

In Italia negli ultimi sei anni si sono quotate 54 società mentre 39 hanno scelto il delisting. In termini netti il mercato italiano ha perso 16 miliardi in capitalizzazione

Si scrive offerta pubblica d’acquisto, si legge delisting. In Italia, è sempre più evidente la connessione tra Opa e delisting dal mercato regolamentato, con gli annunci recenti di offerte che spesso incorporano un programma di revoca delle azioni dalla borsa. A dirlo è un recente studio della Consob.

Disaffezione di mercato

Secondo gli autori dello studio Federico Picco e Marco Ventoruzzo ben il 74 per cento delle 231 offerte su titoli azionari quotati nel periodo 2007-2019 prevedevano un piano di delisting (realizzatosi, direttamente tramite l’offerta o nei mesi successivi, nella quasi totalità dei casi). Esaminando solo i dati degli ultimi anni tale percentuale è perfino più alta: 90 per cento nel 2019; 82 per cento nel 2020 e 100 per cento nel primissimo scorcio del 2021. In prospettiva storica tali frequenze di delisting non costituiscono valori eccezionali, essendo stati già raggiunti in passato (in particolare nel 2008 e 2010) “L’incidenza del delisting”, cosi misurata, sembra però non avere una correlazione con l’andamento del mercato: nei primi anni analizzati dal campione, dal 2007 al 2010, si assiste a un forte incremento del peso dei delisting, dal 62,5% al 100%). Questo fenomeno si può spiegare con il drammatico crollo dei prezzi di borsa a causa della crisi dei subprime e il fallimento Lehman, che ha creato una sfiducia generale nei mercati. Tuttavia, un simile incremento dell’incidenza dei delisting è avvenuto anche dal 2015 in poi, quando il mercato non era certamente ribassista (+27% dal 1/1/2015 al 31/12/2019), il che fa dire che si sta creando una più profonda disaffezione al mercato.

Nel tempo è inoltre cambiata la tipologia prevalente di offerta che porta al delisting delle società. Mentre nei primi anni di analisi la revoca dalla quotazione era raggiunta tipicamente attraverso un’offerta volontaria espressamente finalizzata al delisting, promossa dal socio di controllo (nel 74 per cento dei casi del 2008; nell’83 per cento nel 2010), questa modalità è decisamente meno frequente negli ultimi anni (27 per cento dei casi nel 2018; 40 per cento  nel 2019) quando il delisting è per lo più associato al cambio di controllo societario (offerte obbligatorie e, più rare, volontarie).

Infine, la dimensione media delle società oggetto di delisting è significativamente cresciuta, triplicandosi dai 464 milioni del periodo 2007-2013 ai 1.327 milioni dei sette anni successivi. “Queste osservazioni suggeriscono in sintesi, sul piano qualitativo, che viene più spesso acquistato il controllo di società grandi con il preciso obiettivo di farle uscire dal mercato e che questa tendenza non appare fortemente correlata agli andamenti di borsa. È dunque doveroso l’interrogativo circa l’attrattività della quotazione” scrivono gli autori del report su lavoce.info.

L’impatto sul mercato è evidente. Nonostante, le quotazioni siano in aumento – negli ultimi sei anni ben 54 (che diventano 15 al netto delle revoche), contro le 14 dei sei anni precedenti – oggi il mercato vale meno di ieri. La capitalizzazione complessiva di borsa (Mta) è diminuita di circa 16 miliardi: ovvero i delisting hanno portato via più di quanto le nuove quotazioni abbiano addotto.


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di Lorenzo Magnani

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Laureato in Finanza e mercati Internazionali presso l’Università Cattolica di Milano, nella redazione di We Wealth scrive di mercati, con un occhio anche ai private market. Si occupa anche di pleasure asset, in particolare di orologi, vini e moto d’epoca.

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