Le startup sono un viatico per la ripresa

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Le startup possono essere uno strumento valido per crescere nel post covid, perché investono, creando occupazione e innovazione (anche nella corporate). Ecco tutti i dati Italiani (e globali) che lo dimostrano

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Le startup possono essere un viatico per la ripresa. Assolvono diverse funzioni: creano lavoro, in tal modo incidendo sui consumi e producono innovazione, in particolare digitalizzazione, che in un momento in cui vige la distanza sociale nei rapporti, anche commerciali, risulta una necessità inderogabile. In Italia, la loro quota sfiora a metà novembre 2020 le 12mila unità, stando ai dati del Registro Imprese, i soci di capitale dell’azienda, rispetto al trimestre precedente, sono aumentati dell’5%; è elevata la presenza di imprese fondate da under-35 (il 18,6% del totale), mentre risultano sottorappresentate le imprese femminili: 13,2%, contro un 21,6% registrato nel complesso delle società di capitali.

Le startup innovative sono soprattutto micro-imprese, vantando un valore della produzione medio di poco superiore a 201 mila euro. Una caratteristica fisiologica, come lo è la maggior incidenza di società in perdita rispetto alla media (oltre il 52,6% contro il 30,8% complessivo). Tuttavia, le società in utile mostrano valori particolarmente positivi in termini di redditività (Roi, Roe) e valore aggiunto. Inoltre, le startup innovative presentano un tasso di immobilizzazioni – uno dei principali indicatori della propensione a investire delle aziende – di circa sette volte più elevato rispetto alle altre aziende comparabili.
E per questo creano innovazione, che non si ferma al loro interno, ma transita verso le corporate: una buona proxy di questa affermazione è la crescita del Cvc, il venture capitale che promana dalle corporate.

Secondo Pitchbook, gli investimenti di Cvc sono passati dal pesare per il 20% dei 50 miliardi di euro investiti globalmente dal VC nel 2012 al 26% dei 147 miliardi di euro investiti nel 2017, con un tasso di crescita annuo del 31%. In Italia, secondo i dati dell’Osservatorio sul Cvc a cura di Assolombarda, InnovUp e Smau, si rileva un incremento del 40,3% tra il 2018 e il 2020 di startup che rientrano nel portafoglio di investimenti di un Cvc o di una corporate.

Quanto al lavoro, le startup creano occupazione, almeno nel lungo termine, come testimonia un famoso studio della Kauffman Foundation secondo cui ogni anno le corporate Usa brucino un milione di posti di lavoro e contestualmente le start up ne creino 3 milioni.
Ce ne siamo accorti anche in Italia e in epoca pre Covid, quando, già nel corso 2019, si gettavano i semi per la Smart Nation Italia, con un impianto di nuove norme al cui centro c’è il Fondo Nazionale Innovazione, partito a gennaio, che a fine settembre aveva investito oltre 100 milioni in 240 startup e che mira a investire un miliardo entro fine 2022. Il primo novembre è partito un nuovo veicolo dedicato al tech transfer con una dotazione di 150 milioni di euro e l’obiettivo di supportare la filiera del trasferimento tecnologico. Non è ancora nota la data di avvio dell’ulteriore fondo in rampa di lancio, dedicato al corporate venture capital, con la medesima cifra di 150 milioni in dotazione. Si tratta di notizie buone per tutta l’economia: le startup vc-backed sono imprese che, anche in Italia, hanno tassi di crescita e di redditività superiori alla media. Lo misura un report di PwC sull’impatto di Vc e Pe sull’economia italiana: il tasso annuo di crescita del fatturato di queste entità è stato del 5,2% contro l’1,9% della media e lo 0,7% del Pil. Con l’ebitda medio cresciuto del 6,1% in più rispetto alla media e, dulcis in fundo, il tasso di occupazione a +4,7% contro la variazione nulla della media.
Insomma, possono funzionare davvero da acceleratori della crescita. Una manna in un momento difficile per il paese.


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di Laura Magna

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Giornalista professionista dal 2002, una laurea in Scienze della Comunicazione con una tesi sull’intelligenza artificiale e un master della Luiss in Giornalismo e Comunicazione di Impresa. Scrivo di macroeconomia, mercato italiano e globale, investimenti e risparmio gestito, storie di aziende. Ho lavorato per Il Mattino di Napoli; RaiNews24 e la Reuters a Roma; poi Borsa&Finanza, il Mondo e Plus24 a Milano. Oggi mi occupo del coordinamento del Magazine We Wealth (e di quello di tre figli tra infanzia e adolescenza). Collaboro anche con MF Milano Finanza.

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