Le fasi pre seed e seed: ecco come germoglia una startup

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Le fasi iniziali del finanziamento di una una startup sono essenziali, perché “guidano la trasformazione di un’idea innovativa in impresa, apportando quei capitali necessari alla prototipazione e alla validazione sul mercato di una soluzione tecnologica”, dice a We Wealth il CEO di LVenture Group Luigi Capello.

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Se i primissimi capitali per una idea imprenditoriale possono arrivare anche dai cosiddetti FFF (Family, Friends and Fools), gli investimenti nelle fasi iniziali di una startup sono effettuati da investitori professionali e in via principale da acceleratori, business angel e VC specializzati nelle fasi iniziali.

Questa prima iniezione di denaro – in Italia non superiore agli 800mila euro – serve a sostenere la startup nello sviluppo del proprio prodotto (MVP), nella validazione del modello di business e nei primi test di mercato. Ma anche ad acquisire il giusto mindset imprenditoriale e delle competenze trasversali necessarie ad avere successo sul mercato.

Che si sia scelto un verbo come “seed” per indicare le prime fasi di finanziamento di una startup è molto significativo. Seminare: nel significato letterale c’è proprio quello che si fa. Si gettano le basi perché l’impresa spunti e possa germogliare. Nel momento di cui parliamo l’apporto di finanziamento è piuttosto ridotto, non c’è bisogno di grandi cifre, perché gli unici costi fissi da sostenere sono quelli necessari alla messa a punto dell’idea, alla sua validazione, mentre l’imprenditore – che è ancora potenziale – stila il piano di business e mette insieme il team.
Non ci sono, per intenderci, ancora i costi di gestione, gli stipendi, il marketing, la finanza.
Eppure le fasi di investimento pre-seed e seed sono essenziali per l’avvio di una startup, perché “guidano la trasformazione di un’idea innovativa in impresa, apportando quei capitali necessari alla prototipazione e alla validazione sul mercato di una soluzione tecnologica”, dice a We Wealth il CEO di LVenture Group Luigi Capello, a cui abbiamo chiesto di guidarci in questa prima tappa del ciclo di vita di una startup.
Chi si occupa innanzitutto di apportare questa finanza nelle fasi pre-seed e seed?
“Se i primissimi capitali per una idea imprenditoriale possono arrivare anche dai cosiddetti FFF (Family, Friends and Fools), gli investimenti nelle fasi iniziali di una startup sono effettuati da investitori professionali e in via principale da acceleratori, business angel e VC specializzati nelle fasi iniziali. Questa tipologia di investimento è ovviamente fondata su una selezione qualificata dei progetti imprenditoriali, gestione professionale del rischio e diversificazione del portafoglio”, dice Capello.
La prima iniezione di denaro serve dunque, più nel dettaglio, a sostenere la startup nello sviluppo del proprio prodotto (MVP), nella validazione del modello di business e nei primi test di mercato. Ma non basta. L’obiettivo finale è in realtà un altro. “È molto importante in questa fase, l’acquisizione del giusto mindset imprenditoriale e delle competenze trasversali necessarie ad avere successo sul mercato: è quello che, come acceleratore di startup, trasferiamo ai founder in cui investiamo. Tra i fattori principali che guidano i nostri investimenti ci sono sicuramente le competenze del team e la scalabilità della soluzione tecnologica”. Ma per capire qual è l’efficacia del primo intervento finanziario non esiste un metodo univoco. “Un dato molto interessante, che misura l’efficacia dei nostri investimenti – suggerisce Capello – è quello del numero delle imprese che, al termine del nostro investimento in accelerazione, riescono a ottenere investimenti successivi: statisticamente 8 su 10”.

In media, nell’esperienza italiana, gli investimenti seed possono raggiungere importi di 800 mila euro, più contenuti rispetto agli altri Paesi europei, dove il valore arriva fino a 1,3 milioni di euro. Il divario è ancora più grande se teniamo in considerazione gli ecosistemi più evoluti, come Israele, dove un round seed può superare i 3 milioni di dollari, o come gli Stati Uniti, dove nel 2019 l’importo medio di un round seed ha superato i 5 milioni di dollari. Ma la piccola dimensione in questo caso non è necessariamente uno svantaggio. “È proprio nelle fasi iniziali che gli investitori in Italia possono realizzare un importante arbitraggio, sfruttando le valutazioni più basse e investendo su talenti tra i migliori al mondo”, sostiene Capello.

La durata di questa fase può variare a seconda della rapidità della crescita delle startup e si conclude con l’ingresso di investitori professionali delle fasi successive, con round di investimento di Serie A. “La conclusione della fase seed avviene quindi con la generazione di valore e lo sviluppo della startup, anche in termini occupazionali. Da questo momento la startup deve affermarsi sul mercato e, in un arco temporale di 3 o 4 anni, arrivare all’exit, che può avvenire anche prima attraverso la cessione sul mercato secondario. Le percentuali di successo possono ovviamente variare in base al mercato e al settore di riferimento. In via generale possiamo dire che su 10 investimenti in fase seed, 5 devono potenzialmente arrivare all’exit, e un investimento di questi 5 deve arrivare all’exit con ritorni importanti”, conclude Capello.


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di Laura Magna

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Giornalista professionista dal 2002, una laurea in Scienze della Comunicazione con una tesi sull’intelligenza artificiale e un master della Luiss in Giornalismo e Comunicazione di Impresa. Scrivo di macroeconomia, mercato italiano e globale, investimenti e risparmio gestito, storie di aziende. Ho lavorato per Il Mattino di Napoli; RaiNews24 e la Reuters a Roma; poi Borsa&Finanza, il Mondo e Plus24 a Milano. Oggi mi occupo del coordinamento del Magazine We Wealth (e di quello di tre figli tra infanzia e adolescenza). Collaboro anche con MF Milano Finanza.

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