Le donne ultra ricche sono 39 mila al mondo, troppo poche!

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In rapporto alla ricchezza totale la quota delle donne è pari al 10%, inferiore alla loro rappresentanza nella popolazione ultra-ricca (il 14,6%). Il World ultra wealth report 2019 segnala, in generale, una stasi nella crescita degli Uhnw

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Il divario di genere in termini di ricchezza media tra le diverse età è ancora significativo

Le donne in Italia sono più degli uomini (31 milioni vs 29,4 milioni) ma le lavoratrici sono meno dei lavoratori (11,07 milioni vs 14,88 milioni)

Esiste la differenza di genere anche tra gli ultra ricchi? Sì, ma sta diminuendo a poco a poco come si può leggere nell’ultimo World ultra wealth Report 2019, un rapporto globale sulla distribuzione della ricchezza degli Ultra high net worth (Uhnw), vale a dire le persone con patrimoni personali superiori ai 30 milioni di dollari.
In sintesi il 2018 non è stato un grande anno per gli Uhnw, con l’eccezione di alcune aree geografiche come il Medioriente, ma le previsioni per il 2023 sono di crescita complessiva. Se si focalizza, invece, l’analisi sulla composizione di genere dell’intera popolazione di ultra ricchi si vede che la percentuale di donne sul totale è cresciuta al 14,6% del totale (pari a 38.700 individui di sesso femminile) confermando il trend degli ultimi anni. In particolare il peso percentuale delle donne è pari a quasi uno su cinque della classe globale ultra-ricca al di sotto dei 50 anni. A che cosa è dovuta questa crescita? La distribuzione globale della ricchezza, sottolinea il rapporto, dipende da tanti fattori come l’evoluzione degli atteggiamenti culturali o la crescente frequenza dei trasferimenti di ricchezza intergenerazionali. Il dato relativo alla fascia di età più giovane rivela come la tecnologia stia creando nuove opportunità per le imprenditrici di creare ricchezza.
Guardando invece all’ammontare totale di ricchezza detenuto nella classe globale Uhnw, le donne rappresentano poco più del 10% del patrimonio netto totale, quattro punti in meno rispetto alla loro rappresentanza nella popolazione ultra-ricchissima. Anche con questo focus si evidenziano lievi variazioni tra le fasce d’età, per la prima volta messe in luce da questo report: le don- ne al di sotto dei 50 anni nel 2018 hanno rappresentato una quota dell’11% del valore netto della popolazione mondiale dell’Uhnw, tra gli individui ultra settantenni, invece, questa percentuale scende all’8%. Che cosa possiamo dedurre da questi numeri? Che il divario di genere in termini di ricchezza media tra le diverse età è ancora significativo. Ai prossimi report per vedere che cosa succederà nei prossimi anni.

Gender gap retributivo, ai ritmi attuali servono 108 anni per colmarlo

Si può fare di più. È la prima cosa che viene da pensare sulla stima del World economic forum secondo il quale per colmare il gap di genere nel mondo ai ritmi attuali ci vorranno circa 108 anni.
In Italia, in particolare, i numeri non sono entusiasmanti come emerge dal Gender Gap Report 2019 realizzato da Job pricing (www.jobpricing.it): il nostro paese è al 70° posto (in miglioramento rispetto all’82° dell’anno prima) su 149 paesi nel mondo e 17° sui 20 dell’Europa occidentale per quanto riguarda la capacità di colmare le differenze di genere.
Tre sono le cause principali dei divari retributivi secondo il piano di azione dell’Unione Europea al riguardo: la segregazione sul mondo del lavoro, gli stereotipi sul ruolo delle donne su cui pesano ancora pressoché integralmente i carichi familiari e la scarsa trasparenza delle retribuzioni.
I numeri dell’Istat raccontano inoltre che, anche se nell’ultimo decennio la situazione lavorativa femminile è migliorata, le donne in Italia sono più degli uomini (31 milioni vs 29,4 milioni) ma le lavoratrici sono meno dei lavoratori (11,07 milioni vs 14,88 milioni) e, per completare il quadro, tra i paesi Oedc l’Italia è al quarto posto per il tasso di disoccupazione femminile più elevata. Ogni settore occupazionale, poi, ha una storia a sé e in quello finanziario si vede che le norme a favore delle quote rosa in meno di 10 anni hanno fatto crescere le donne presenti nei cda dal 7,4% al 33,6% ma quelle con cariche esecutive (ceo, direttori generali…) sono poco più dell’11% del totale. Proseguendo poi l’analisi sulle differenze per genere e settore delle retribuzioni il divario maggiore è evidenziato nel settore dei servizi finanziari (23,5% vedi tabella Ral media 2018).
Un’ultima considerazione: il maggiore divario di retribuzione a favore degli uomini è nei settori in cui la presenza femminile è maggiore, come dire che esiste una discriminazione salariale nei confronti delle donne a prescindere da ruolo professionale e settore di impiego.

“Donne invisibili” anche su Google: di default sempre nurse e mai scienziate

La discriminazione culturale sistematica nei confronti del lavoro delle donne è misurabile? Esiste una prova degli stereotipi che ostacolano la realizzazione professionale al femminile? Caroline Criado Perez su questi temi ha vinto il premio 2019 Royal society insight investment science books prize. Il titolo del suo libro parla da solo “Invisible women: exposing data bias in a World designed for men” ed è una raccolta di evidenze su come molte cose della vita di oggi siano state costruite su un modello base maschile e funzionino meno bene per le donne: dalla tecnologia che non riconosce le voci femminili ai sintomi delle malattie che vengono valutati per un paziente tipicamente maschile ma non sono ugualmente adattabili alle donne, ai sistemi di carriera modellati per favorire gli uomini. Su questi argomenti un piccolo test può essere utile: se si scrivono su Google translator i termini inglesi nurse e scientist (che valgono sia al maschile e al femminile) senza specificare il genere del soggetto la traduzione automatica sarà: lei è un’infermiera e lui è uno scienziato e non il contrario. C’è da pensare.


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di Maria Giovanna Arena

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