Innovazione: luci e ombre dell’ecosistema scaleup italiano

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Nel 2020, le scaleup tecnologiche italiane sono cresciute, dimostrandosi resilienti alla pandemia. Ma la strada è ancora lunga. Il report di Aws e Mind The Bridge

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L’ecosistema delle scaleup italiane si è dimostrato resilente alla crisi pandemica, con il 60% delle scaleup che ha registrato un aumento sia in termini di ricavi che di organico per tutto il 2020

L’Italia presenta ancora un forte ritardo nei confronti degli altri paesi del Vecchio Continente. Solo lo 0,1% del Pil italiano è investito nelle scaleup. Un dato ben al di sotto della media europea (0,73%)

Nonostante l’evidente ritardo, l’ecosistema italiano delle scaleup tecnologiche (ovvero quelle startup tech “mature” che hanno raccolto più di un milione di dollari) mostra segnali incoraggianti. È questa la fotografia emersa del nuovo report “Tech Scaleup Italy 2020”, realizzato da Mind the Bridge – organizzazione internazionale che fornisce consulenza e supporto per l’innovazione ad aziende e organizzazioni governative – in collaborazione con Amazon Web Services (Aws).

L’identikit delle scaleup

Il report traccia il profilo delle scaleup italiane. Sono medio-piccole aziende, che contano in media circa 25-50 dipendenti e ricavi annui di circa 1,6 milioni di euro. L’83% ha meno di dieci anni (in media 7,5). Prima di passare alla fase di scaleup, la metà impiega circa 3,4 anni e l’altra metà circa 2 anni. Dei 2,7 miliardi di dollari raccolti cumulativamente dall’ecosistema, l’87% del totale proviene dal venture capital. A livello geografico, di questi 2,4 miliardi il 46% sono capitali italiani, mentre il 23% proviene da investitori Usa.

Una (lenta) crescita anche durante la pandemia

Stando alla ricerca, prima del 2012, il panorama italiano delle scaleup tecnologiche era praticamente inesistente. In seguito, la crescita in termini di numero di startup è stata per lo più lineare, con in media 26 nuove scaleup ogni anno e un picco di 38 registrato nel 2016. In termini di capitale annuo investito, si è passati da una media di poco più di 100 milioni di dollari nel 2012-2013, a circa 200 milioni per il periodo 2014-2016, fino a superare i 400 milioni nel triennio (2017-2019). Nonostante la pandemia nel 2020 le scaleup italiane sono cresciute, passando da 228 (dicembre 2019) a 276. L’ecosistema italiano si è dimostrato resilente alla crisi di Covid-19, con il 60% delle scaleup che ha registrato un aumento sia in termini di ricavi che di organico per tutto il 2020. Solo una su sei ha riportato una contrazione, mentre per quasi un quarto i ricavi e l’organico sono rimasti stabili. Inoltre, una su cinque ha raccolto fondi nei primi tre trimestri del 2020. “Apparentemente, la pandemia sembra non aver avuto un impatto significativo sull’ecosistema scaleup italiano, anche se purtroppo non si può dire lo stesso per i segmenti seed e early stage che sono stati più duramente colpiti dal lockdown” ha commentato Alberto Onetti, chairman di Mind the Bridge.

La strada è ancora lunga

Nonostante le buone notizie, l’Italia delle scaleup ha ancora tanta strada da fare. In particolare, sul fronte degli investimenti, il Bel Paese mostra ancora un forte ritardo rispetto agli altri paesi europei. Solo lo 0,1% del Pil italiano è investito nelle scaleup. Un dato ben al di sotto della media europea (0,73%). Il divario è evidente sia rispetto a paesi come il Regno Unito (1,97%), la Francia (0,62%) e la Germania (0,58%), che ai paesi del sud Europa come la Spagna (0.35%), il Portogallo (0,25%) e la Grecia (0,13%). Per dare un’idea dell’ampiezza del gap, basti pensare che, nel 2019, l’Italia ha investito 400 milioni di dollari, la Spagna 1,1 miliardi, la Francia 4.7 miliardi, la Germania 5.5 miliardi e il Regno Unito 14 miliardi. Qualcosa però si sta muovendo. “In primis – spiega Onetti – con il Fondo Nazionale Innovazione Cdp che ha messo in campo un piano strutturato di intervento sui diversi anelli della catena dell’innovazione. Nel 2020 si è aggiunta anche la Fondazione Enea Tech con un focus specifico sul trasferimento tecnologico e le deep technologies applicando un approccio già sperimentato con successo da Darpa negli Stati Uniti e, più di recente, dall’European Innovation Council (Eic) nell’Unione Europea”. “Tutto ciò ci fa guardare con ottimismo ai prossimi anni, anche se ci vorrà tempo per vedere i risultati di questi sforzi. Ma la macchina dell’innovazione sembra che anche in Italia si sia finalmente messa in moto” conclude il presidente dell’innovation advisory firm.

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di Virginia Bizzarri

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