Imprese alla ricerca di 20mila professionisti Stem (anche in “rosa”)

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Continua la ricerca di competenze scientifico-tecnologiche, in Europa e non solo. Un gap che potrebbe aprire un’oasi di opportunità per le donne. Anche in Italia

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Il 62% delle donne si iscrive oggi a facoltà non-Stem contro il 37% della controparte. Ma se si osservano nel dettaglio i singoli percorsi formativi, le giovani rappresentano la minoranza soprattutto nell’ambito ingegneristico e informatico

Maria Amodeo dell’Its Nuove tecnologie per la vita: “Se le donne superassero una serie di limiti di tipo culturale ed educativo, e non di capacità e competenze, potrebbero arrivare a questi settori ottenendo ottimi risultati”

Le imprese europee, ma anche extra-europee, sono oggi all’affannata ricerca di competenze scientifico-tecnologiche. E il “talent mismatch”, anche definibile come la discrepanza tra domanda e offerta di lavoro, affonda le proprie radici soprattutto nella scarsa adesione delle donne ai percorsi formativi “Stem”, acronimo di science, technology, engineering and mathematics. Una notizia che (purtroppo) non sorprende. Ma che, nei dati presentati in occasione del webinar Digital e Stem: numerose opportunità da cogliere del gruppo Donne Manager di Manageritalia Lombardia, vede aprirsi un’oasi di occasioni per la componente femminile della popolazione.
Stando i numeri di Assolombarda raccolti da Maria Amodeo, dirigente dell’Istituto di istruzione superiore G. Natta di Bergamo e partner dell’Its Nuove tecnologie per la vita, il 62% delle donne si iscrive oggi a facoltà non-Stem contro il 37% della controparte. Ma se si osservano nel dettaglio i singoli percorsi formativi, le giovani rappresentano la minoranza soprattutto nell’ambito ingegneristico e informatico. Per non dimenticare la chimica e la farmaceutica, settori che attraggono il maggior numero di professionisti dal punto di vista occupazionale. “Dal 2018 abbiamo diplomato 3.536 giovani nei percorsi Stem ma, a livello aziendale, ne servirebbero 20mila”, spiega l’esperta. “Se le donne superassero una serie di limiti di tipo culturale ed educativo, e non di capacità e competenze, potrebbero arrivare a questi settori ottenendo ottimi risultati”.
“C’è un digital mismatch, di grandi opportunità lavorative”, aggiunge Darya Majidi, ceo di Daxo Group e founder della Community Donne 4.0. “Il problema è ancor più grave quando parliamo di gender digital mismatch, perché l’industria 4.0 fatica a trovare ragazze che possano ricoprire questi ruoli. È un discorso di indirizzamento, ancor più profondo in Italia”. Si parla, spiega, di un’occupazione al femminile del 50%, scivolata al 48% nel post-covid, contro una media europea del 62%. Inoltre, il 75% delle donne dichiara di non sentirsi all’altezza nel ricoprire ruoli importanti e decisionali. “Un altro dato preoccupante è che il World economic forum dice che in nessun paese al mondo il divario di genere è stato colmato e l’Italia è 63esima in graduatoria. Perché soffre del problema della non-rappresentanza delle donne nel mondo del lavoro e dell’assenza delle stesse nei ruoli apicali. È vero che la legge Golfo Mosca ha spinto una maggiore presenza femminile nelle società quotate, ma non bisogna dimenticare che il 92% delle imprese italiane sono di piccole dimensioni e le società quotate sono solo una minima parte”, ricorda Majidi.
Una problematica che non “pesa” solo sulle professioniste, ma anche sulle stesse aziende. E sulla loro capacità di fare profitti. “Il benessere delle persone e la valorizzazione del tempo dedicato al lavoro garantisce alle imprese un maggior successo e una maggiore produttività. A maggior ragione in questo periodo storico”, osserva Luisa Quarta, coordinatrice del gruppo Donne manager di Manageritalia Lombardia. Poi conclude: “Le aziende che hanno applicato le competenze digitali anche alla formazione dei dipendenti, sono rimaste sul mercato ottenendo risultati molto interessanti. Sapere che ci sono professioni che potrebbero aprire tantissime strade, permettendo al Paese di accelerare la propria corsa, non può non prevedere la presenza di donne e giovanissime. Dobbiamo lavorare anche con gli imprenditori, attraverso i manager presenti nelle aziende, per sensibilizzare questo percorso”.

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di Rita Annunziata

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Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.

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