Imprese: perché puntare sull’inclusione fa bene al business

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Le iniziative volte a valorizzare la diversità e l’inclusione sul luogo di lavoro hanno un impatto positivo sulle imprese, non solo in termini di immagine. Ma non tutte sono disposte a implementarle. Almeno in Italia

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Il 59,1% delle aziende che hanno implementato una politica di diversity & inclusion ne ha beneficiato in termini di immagine. Il 52,3% nell’attrarre o trattenere talenti

Sebbene il 60,2% dichiari di essersi occupato di queste tematiche, si tratta ancora di un dato distante dagli standard europei: in Olanda questa percentuale sale al 70%

Negli ultimi due anni oltre sei imprese su dieci, in Italia, hanno puntato su iniziative volte a valorizzare la diversità sul luogo di lavoro. Ma il 17% non solo non lo ha ancora fatto, ma non intende farlo neppure nel futuro. Rischiando di perderne, dati alla mano, anche i relativi benefici in termini di immagine e capacità di attrarre talenti.
Secondo un’indagine condotta dalla società di recruiting PageGroup su un campione di manager appartenenti a 100 imprese attive in diversi settori (per il 29,5% realtà che contano tra i 100 e i 499 dipendenti), tra le motivazioni per le quali il 17% dichiara che non intende occuparsi di diversity management si cita la mancata percezione del valore aggiunto (nel 53,3% dei casi) e l’indisponibilità di risorse da dedicare al tema (nel 26,6%). Anche se non manca un 22,7% che, sebbene non lo abbia ancora fatto, intende farlo nel futuro.
Quanto invece alle aziende che si sono già dedicate a queste tematiche, il 61,4% dispone di un responsabile della diversity attivo nell’ambito delle risorse umane mentre il 22,7% di manager che rivestono un ruolo senior. In riferimento alle attività svolte, l’88,6% si focalizza sull’equilibrio di genere, il 63,6% sull’integrazione dei dipendenti con disabilità e il 52,3% sul costruire un ambiente di lavoro favorevole alle persone di ogni tipo di età. Per promuovere invece queste iniziative internamente, il 72,7% punta sul work-life balance (l’equilibrio tra vita professionale e vita privata) mentre il 50% su un’attività di comunicazione sia interna che esterna volta a valorizzare gli obiettivi e i risultati raggiunti in termini di politiche di diversità e inclusione.

Chiedilo ai talents

Ma l’Italia resta comunque fanalino di coda in Europa. “Sebbene oltre il 60% delle aziende che abbiamo coinvolto nella nostra indagine percepisca il tema della diversity & inclusion come fondamentale, e questo è certamente un dato molto positivo, siamo ancora piuttosto lontani dagli standard europei: in Olanda, in Spagna o in Portogallo, infatti, più del 70% delle imprese ha a cuore questi temi e solo poco meno dell’8% non ha intenzione di occuparsene in futuro”, osserva Pamela Bonavita, managing director di PageGroup. “Abbiamo sicuramente fatto grandi passi in avanti, ma purtroppo questo aspetto continua a non essere ritenuto di valore per quattro aziende su dieci. Credo che la ragione sia da ricercare nella mancanza di risorse o di capacità per approcciare un tema estremamente complesso, ma davvero molto importante”, spiega.

Eppure, continua Bonavita, un’adeguata strategia di diversity management “può portare enormi benefici a ogni azienda, anche a livello di business”. E i dati, come anticipato in apertura, lo dimostrano. Il 59,1% delle aziende coinvolte nell’analisi, per esempio, dichiara benefici in termini di miglioramento dell’immagine e il 52,3% una maggiore capacità di attrarre o trattenere talenti. Ma anche la creazione di un ambiente di lavoro più stimolante (54,5%) e una maggiore soddisfazione e fidelizzazione dei dipendenti (38,6%). “Questi dati dimostrano quanto queste politiche abbiano un impatto positivo sia in termini di immagine esterna sia di engagement delle risorse (attuali e potenziali)”, continua Bonavita. “Un trend che, da quanto vediamo, si confermerà anche in futuro: le aziende intervistate che hanno intrapreso una politica di diversity management prevedono di poter esercitare una maggiore attrazione per i talenti (47,1%), di poter prevenire la discriminazione (43,1%) e di migliorare la propria immagine (35,3%)”.


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di Rita Annunziata

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Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.

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