Impatto ambientale? Ancora poca chiarezza sui dati divulgati

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Oltre 160 asset manager e istituzioni finanziarie sostengono la campagna del Carbon disclosure project, sulla divulgazione di dati sull’impatto ambientale. Nel mirino anche Amazon e Facebook

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Il Carbon disclosure project è un’organizzazione internazionale senza scopo di lucro che aiuta le aziende a divulgare dati sull’impatto ambientale

Nel mirino 1.320 imprese che producono oltre 4.700 megatonnellate di emissioni di anidride carbonica all’anno, più dell’Unione europea nel suo complesso

Emily Kreps di Cdp: “Le aziende che non rivelano il loro impatto rischiano di restare indietro rispetto alle concorrenti nell’accesso al capitale”

I timori sui possibili effetti dirompenti del cambiamento climatico sull’ambiente continuano ad alimentare le richieste di investitori istituzionali e regolatori affinché le aziende accelerino i propri sforzi verso l’azzeramento delle emissioni di carbonio. Un obiettivo che, in vista della conferenza sul clima Cop16 di Glasgow in programma a novembre, ha spinto 168 asset manager e primarie istituzioni finanziarie (appartenenti a 28 paesi e con oltre 17mila miliardi di dollari di asset in gestione) a sostenere la campagna del Carbon disclosure project (Cdp) che punta a garantire che i dati su climate change, deforestazione e sicurezza idrica siano adeguatamente segnalati dalle imprese globali.
Nel paniere delle aziende cui si rivolge l’iniziativa, che superano quota 1.300, ci sono colossi come Amazon, Facebook e Tesla. Ma anche 122 società cinesi, come Alibaba, Kweichow Moutai e Meituan Dianping (la più grande app di food delivery della Terra del Dragone). Imprese che complessivamente, secondo Cdp, producono oltre 4.700 megatonnellate di emissioni di anidride carbonica all’anno, più di quanto venga prodotto dall’Unione europea nel suo complesso. Da qui l’interesse di soggetti come Amundi, Aviva, Hsbc global asset management, Legal and general investment management e Schroders, che si uniscono al coro degli investitori che sostengono la campagna di divulgazione. Una partecipazione che riporta una crescita media del 38% su base annua dall’inizio del 2017 e del 56% rispetto allo scorso anno. E che, stando a Cdp, ha spinto 206 aziende a rispondere alle richieste di informativa solo nel 2020, rispetto alle 97 del 2019.

Un quinto delle società selezionate dagli investitori nella campagna di quest’anno sta infatti già divulgando sul almeno uno dei tre temi considerati (climate change, deforestazione e sicurezza idrica). La maggior parte (58%) è stata individuata per divulgare sulle tematiche relative ai cambiamenti climatici, mentre a quasi un quarto (21%) è stato chiesto di diffondere informazioni su almeno due dei temi sopracitati (tra cui Prada e Zijin Mining Group). Il settore dei servizi prevale, con 1.320 imprese contattate (21% del totale). Ma risultano ben rappresentati anche manifatturiero (17%), materials (12%), infrastrutture (11%) e combustibili fossili (6%). Anche se, precisa l’organizzazione internazionale senza scopo di lucro, questi dati differiscono in modo significativo rispetto al tema ambientale preso di mira: per esempio, tra le aziende cui viene chiesto di divulgare informazioni su deforestazione e sicurezza idrica è chiaro un forte orientamento verso l’industria pesante.

“Il coinvolgimento degli investitori è fondamentale per guidare la divulgazione. E la divulgazione è il primo passo per un’azione ambientale”, osserva Emily Kreps, global director of capital markets di Cdp. “Il cambiamento climatico, la deforestazione e la sicurezza idrica presentano rischi materiali per gli investimenti e le aziende che non rivelano il loro impatto rischiano di restare indietro rispetto alle concorrenti nell’accesso al capitale”, spiega. Secondo Kreps, infatti, la pandemia ha focalizzato l’attenzione degli investitori sulla necessità di far fronte a rischi sistemici globali e “la marea si sta rapidamente rivolgendo contro le aziende che non prendono atto delle loro richieste”.

C’è da dire, intanto, che secondo quanto riporta il Financial Times proprio questo mese Amazon e Facebook hanno inviato una lettera alla Securities and exchange commission in cui affermano di sostenere “la comunicazione regolare e coerente di questioni legate al clima”, esortando anche il regolatore statunitense a consentire la pubblicazione di dati esg separatamente rispetto ai principali rapporti finanziari per evitare possibili problemi legali. Indietro parallelamente il settore finanziario, con meno della metà di banche, gestori patrimoniali e assicurazioni che si adoperano per garantire che i propri portafogli d’investimento siano allineati con gli obiettivi per placare la “febbre” del Pianeta.


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di Rita Annunziata

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Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.

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