Il private equity cresce fra i consulenti, nonostante i dubbi

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Gli investimenti alternativi e in private market cresceranno nell’allocazione dei consulenti Usa, secondo un sondaggio che mostra anche i maggiori ostacoli

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Secondo un sondaggio realizzato da FUSE Research per wealthmanagement.com, la percentuale di asset gestiti dai consulenti in private equity passerà dal 5,5 al 6,9% da qui al 2024, il private debt dal 2 al 2,9%

Non è una transizione di poco conto, perché i mercati privati e alternativi sono sempre stati, per le loro caratteristiche di rischio, trasparenza e liquidità, poco utilizzati da una clientela non istituzionale

La barriera agli investimenti alternativi più citata dai consulenti americani? La carenza di liquidità

L’industria del risparmio e i grandi nomi attivi nei mercati privati come Blackstone e KKR stanno cercando di allargare il loro perimetro d’azione dalla clientela istituzionale e ultra-abbiente (Uhnwi) alla clientela al dettaglio più patrimonializzata (Hnwi). Per riuscire nell’intento, l’industria avrà sempre più bisogno del contributo dei consulenti finanziari, anche di quelli meno avvezzi ai mondi “alternativi” del private equity, real estate, obbligazioni non quotate – solo per citarne alcuni. 

In questo allargamento del perimetro, dovuto in parte a una domanda ormai satura da parte degli attori istituzionali, i consulenti finanziari americani sembrano già in fase di apertura. Secondo un sondaggio realizzato da FUSE Research per wealthmanagement.com, la percentuale di asset gestiti dai consulenti in private equity passerà dal 5,5 al 6,9% da qui al 2024, il private debt dal 2 al 2,9%. 

Nell’universo degli investimenti alternativi sono visti in crescita anche i Reit (in Italia, Società di investimento immobiliare quotate), dal 6,4 al 7,4% degli asset gestiti e le criptovalute/asset digitali, dallo 0,6 al 2,3%. 

Non è una transizione di poco conto, perché i mercati privati e alternativi sono sempre stati, per le loro caratteristiche di rischio, trasparenza e liquidità, poco utilizzati da una clientela non istituzionale. Secondo uno studio di McKinsey, gli asset alternativi rappresentano fra il 30 e il 50% del portafoglio delle istituzioni, mentre per l’investitore al dettaglio l’allocazione scende al 2%. Rendere l’investimento alternativo più “pop” non è un obiettivo privo di controversie. Le competenze per gestire (e consigliare) gli investimenti alternativi sono più complesse e, per natura, è più difficile uscire da asset non quotati o capire come stanno andando – non esistendo l’aggiornamento del prezzo in tempo reale come per un normale titolo azionario. 

Il premio per chi intende raccogliere l’opportunità a lungo termine è l’aspettativa di maggiori ritorni a lungo termine (un punto che avevamo approfondito in un precedente articolo). Come spesso avviene nel mondo degli investimenti, le informazioni che arrivano sugli alternativi raramente sono disinteressate. Blackstone, big degli investimenti nei mercati privati, ha dato vita all’iniziativa Blackstone University nel tentativo di colmare il divario di competenze sui mercati alternativi di cui si occupa. L’obiettivo della “University” è spiegare le virtù dei prodotti non quotati e alternativi ad un pubblico nella fascia patrimoniale compresa fra uno e cinque milioni di dollari, da qualche anno ormai nel mirino della società con la sua divisione private wealth solutions.

Investimenti alternativi, cosa frena i consulenti  

Per i consulenti finanziari americani alcuni limiti ostacolano ancora una maggiore adozione delle asset class alternative nel proprio lavoro. Secondo il sondaggio, al primo posto c’è la carenza di liquidità (ossia la velocità con la quale è possibile comprare e vendere) citata dal 49% del campione dei consulenti – una percentuale che scende al 39% per gli advisor con oltre 500 milioni di dollari in gestione. Al secondo posto fra le perplessità ci sono le commissioni e le spese dei prodotti alternativi, un dubbio che riguarda il 37% degli intervistati, in particolare i consulenti indipendenti RIA (46%). 

Subito dietro, citata dal 36% dei consulenti, compare la carenza di informazioni storiche sui risultati (track record) che è molto più problematica per le asset class alternative, rispetto a quelle tradizionali. In generale, queste ed altre barriere risultano più sentite dai consulenti le cui masse in gestione siano inferiori ai 500 milioni di dollari – non proprio un portafoglio di piccole dimensioni. 

 


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di Alberto Battaglia

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Responsabile per l’area macroeonomica e assicurativa. Giornalista professionista, è laureato in Linguaggi dei media e diplomato in Giornalismo all’Università Cattolica

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