“Il dividendo estetico”: investire nel mercato dell’arte

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“Là dove l’arte sarà resa libera a tutti, vi nascerà una grande civiltà”. Anna Piediscalzi

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Si stima che entro il 2030 un patrimonio pari a 15,4 trilioni di dollari costituirà il passaggio generazionale delle persone più ricche al mondo. Di questi, 1,9 trillioni di dollari sono costituiti da assets illiquidi, quali immobili e pleasure assets. Quando parlo di pleasure assets, il primo mercato cui penso è inevitabilmente il mercato dell’arte.

Che cosa distingue un investimento in arte da un investimento finanziario? Emerge sicuramente l’aspetto legato al godimento del cosiddetto dividendo estetico da parte dell’investitore, ovverosia la possibilità di godere del pezzo artistico in via del tutto soggettiva, fruibile, il piacere di usufruirne in via individuale oppure condivisa, attraverso eventuali esposizioni. Ed è in tal senso che individuiamo diverse categorie di acquirenti attivi nel mercato dell’arte: alla domanda “Emozione vs investimento: perché acquisti arte?”, rappresentata nell’Art & Finance Report di Deloitte e ArtTactic, la risposta si posiziona, negli anni 2014-2021, intorno al 2-3% di chi acquista per scopi di puro investimento, per passare al 65% di acquirenti per scopo di collezionismo, ma in ottica di investimento ed al 33% di chi acquista per scopi di puro collezionismo. Dalle percentuali emerge come una significativa fetta di investitori sceglie di apprezzare il dividendo estetico, consapevole altresì della possibilità di un ritorno economico non indifferente. Infatti, negli ultimi 25 anni, il rendimento medio annuo degli investimenti in collectible artistici è oscillato tra l’8 ed il 12%, a seconda dei diversi generi, con punte comprese tra il 20 ed il 25%. Ma attenzione, perché una ulteriore peculiarità del settore è la possibilità di realizzare un guadagno non solo al momento dell’alienazione del bene, bensì anche nel corso della fruizione dello stesso. Come? Per citare alcune modalità, un’opera d’arte può, ad esempio, essere prestata: il contratto di prestito è una fattispecie frequentemente utilizzata nell’ambito di mostre ed eventi espositivi e permette di valorizzare le opere sia in termini di valore economico, sia in termini di promozione e di fruibilità per un pubblico più ampio. Un’opera d’arte può poi essere noleggiata: è questo il fenomeno della art for rent, nato quale ipotesi alternativa all’acquisto vero e proprio, che permette di godere di un pezzo d’arte ad un costo ridotto e, dunque, maggiormente accessibile; la motivazione alla base del noleggio può essere il godimento del suo dividendo estetico, oppure quella di esporre arte negli uffici in via continuativa, o la necessità di possedere temporaneamente arte per riprese cinematografiche, eventi, congressi e così via. Un caso di successo del fenomeno dell’art for rent lo troviamo nei locali Veralab di Estetista Cinica, in cui troviamo esposte opere quali Grannies di Banksy o i lavori di Mr. Brainwash e Mr. Savethewall. Ancora, ulteriore strumento di maggiore accessibilità al mercato dell’arte è l’art sharing, o l’acquisto di opere d’arte in comproprietà; è infatti possibile acquistare solo una parte dell’opera, a prezzi assolutamente accessibili, perché sia data a tutti la possibilità di sperimentare l’investimento in arte. In ultimo, seguendo il fil rouge che ci sta portando ad una “volgarizzazione” del mercato dell’arte, un piccolo cenno è dovuto al movimento della Crypto Art. Ad introdurre la nozione di movimento è Sergio Scalet, il quale ci dice che “la crypto art è uno dei pochi movimenti artistici di questo millennio a parlare il linguaggio del suo tempo; permette ai nuovi linguaggi di espressione digitale di avere un mercato veloce, pulsante, su misura per la nuova generazione di collezionisti”. Il mondo della Crypto Art (o, più in generale, il mondo degli NFT), grazie ad un modello organizzativo decentralizzato, garantito dall’uso della tecnologia blockchain, si propone come una realtà alternativa al sistema dell’arte tradizionale, da sempre caratterizzato dal suo essere centralizzato, gerarchizzato, esclusivo e difficilmente accessibile. Dopo il boom verificatosi nel marzo 2021, quando l’opera NFT “Everydays: the first 5000 days” di Mike Winkelmann (in arte Beeple) è stata venduta all’asta per oltre 69 milioni di dollari, il mercato degli NFT è aumentato in modo considerevole ed anche le case d’asta tradizionali, quali Christie’s e Sotheby’s, hanno aumentato le loro proposte di aste NFT; il 2022 ha invece registrato un calo sul mercato NFT, dunque la nicchia di mercato si sta riassestando. Il 2022 è stato anche l’anno che ha visto nascere le prime gallerie d’arte totalmente NFT, come la Quantus a Londra; ma anche le gallerie tradizionali, come la Biennale di Venezia e la Galleria Zanin di Milano, hanno aperto le loro porte alla crypto arte.

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Dopo aver dato brevemente sbirciato il mercato dell’arte e le sue potenzialità intrinseche, dobbiamo chiederci cosa succede alla collezione d’arte quando il collezionista viene a mancare, o come il collezionista possa gestire, incrementare e curare la propria collezione. Il wealth planning in questo senso risponde concretamente alla domanda relativa alla gestione del patrimonio investito in arte, che rappresenta ormai un trend di mercato consolidato. A tal proposito, l’Art & Finance Report 2022 di Deloitte – Il mercato dell’arte e dei beni da collezione evidenzia che “nel 2016 per la prima volta è risultato evidente nella nostra indagine che Private Banker e Family Officer hanno preso contezza del fatto che l’arte doveva essere gestita con un approccio olistico e quindi integrato rispetto al patrimonio complessivo”. Tale consapevolezza si è tradotta in una attenzione particolare dedicata ai patrimoni artistici, da un punto di vista tanto finanziario quanto legale e fiscale, soprattutto relativamente ai temi di valorizzazione della collezione, preservazione della sua unitarietà e passaggio generazionale. Diversi gli strumenti che il nostro ordinamento – ed altri – mettono a disposizione del professionista che ricerca soluzioni efficienti per i patrimoni artistici: il testamento, la donazione, la Fondazione, il trust sono i principali mezzi di cui disponiamo per gestire il passaggio generazionale, affidarsi ad un professionista con competenze di nicchia del settore consente di ottimizzare il patrimonio artistico anche sul piano finanziario e fiscale.


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di Veronica Camilleri

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“Il mio atteggiamento deriva dal sapere che a battere la testa contro il muro è la testa a rompersi, non il muro”. – di Antonio Gramsci

Al termine del Master in Pianificazione patrimoniale e Wealth Management, sono stata selezionata dal direttore scientifico dello stesso tra tutti i partecipanti per essere inserita nel suo team di Wealth Management, all’interno del suo studio legale tributario internazionale (Loconte&Partners), presso il quale ho svolto il mio stage. Al termine dello stesso, ho scelto di rientrare a Torino per sviluppare la piazza e ho fondato e aperto il mio studio, Wealth Planning Boutique. Mi sono occupata di fornire consulenza a privati e di formazione a banche e reti di consulenza, per poi scegliere di continuare a seguire i miei Assistiti nel tempo, non solo con una consulenza spot, bensì impostando con loro un percorso condiviso di obiettivi e risultati: ho dunque deciso di inserirmi in Fideuram, la realtà che a mio parere, più di tutte, aveva gli strumenti adeguati per permettermi di impostare la mia professione secondo i miei principi, la mia etica, la mia forma mentis.

 

Credo nella pianificazione come forma mentis per generare efficienza e risultato. Credo che le competenze tecniche debbano essere accompagnate da un’etica profonda e dall’amore per la professione. Per questo motivo instauro con i miei Clienti un rapporto, umano prima che professionale, solido, proficuo e duraturo, basato su due concetti semplici, ma non banali: pazienza e fiducia.

Per spiegarle con cura utilizzo i due rispettivi termini giapponesi, “nintai” e “shin”.

Nintai è sì pazienza, cui però si mescola anche una buona dose di tenacia, la perseveranza silenziosa di chi insiste e intanto costruisce. Nintai è seminare, e aspettare che i frutti spuntino dalla terra. Shin è la fiducia, fiducia che è anche muoversi nei confronti dell’altro con sensibilità, è “sforzarsi di leggere anche l’aria”.

Quali sono gli obiettivi del nostro cammino insieme? Proteggersi dagli imprevisti e prosperare, trasformando i sogni nel cassetto in obiettivi raggiungibili.

Come lo facciamo? Imparando ad essere “un po’ formiche e un po’ cicale”, a tutelarci ma anche ad autorealizzarci, impostando le nostre vite in modo che le nostre famiglie ed i nostri patrimoni non siano fragili vittime dell’imprevisto, bensì creature flessibili e salde, che anche dagli imprevisti e dalle crisi sappiano trarre opportunità e vantaggi.

Come impariamo ad essere “un po’ formiche e un po’ cicale”? Sfruttando una antica, preziosa saggezza orientale: quella dell’arte Bonsai.

 

Per approfondire questi ed altri concetti vi aspetto con piacere per un incontro conoscitivo.

 

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