Il dilemma dell’oro: fra inflazione persistente e tassi in salita

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I rialzi dei tassi non favoriscono l’oro, che però ha raccolto crescente interesse da inizio anno per via della debolezza dell’azionario

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A fine 2021 la maggioranza degli analisti aveva indicato nei propri outlook un nuovo anno difficile per il metallo giallo

Nei fatti, però, il forte calo dell’azionario e i rischi geopolitici avevano spinto gli investitori a rifugiarsi nell’oro. La Fed, dopo l’ultima riunione, ha nuovamente colpito il valore del bene rifugio: facciamo il punto

Nel giro di meno di una settimana le sorti dell’oro, il bene rifugio per eccellenza, sembrano essersi invertite. A fine 2021 la maggioranza degli analisti aveva indicato nei propri outlook un nuovo anno difficile per il metallo giallo: con l’aumento dei tassi d’interesse l’attrattiva gli asset che non offrono flussi di rendimento tende a diminuire.

Nei fatti, però, il forte calo dell’azionario e i rischi geopolitici hanno spinto gli investitori a rifugiarsi nell’oro. Martedì 25 gennaio il gold continous contract aveva raggiunto il suo massimo da inizio anno, con un apprezzamento complessivo dell’1,31%; un buon risultato se paragonato al calo dell’8,6% segnato dallo S&P 500 fino a quel momento. Alcuni giorni prima, venerdì 21 gennaio, il più grande Etf basato sull’oro fisico l’SPDR Gold Shares, aveva registrato afflussi record da 1,6 miliardi di dollari. L’iShares Physical Gold ETC, inoltre, risulta l’ottavo fondo più acquistato presso il broker Interactive Investor.

Il quadro sembra cambiato dopo l’ultima riunione della Fed e i toni assunti dal presidente della Fed, Jerome Powell, nel corso della conferenza stampa. La risolutezza nella lotta all’inflazione e la prospettiva di quattro o forse cinque rialzi dei tassi nel corso del 2022 ha spinto gli investitori fuori da azioni, bond, ma anche dall’oro. Giovedì 27 gennaio l’oro è sceso a un minimo di 1.796 dollari l’oncia: un calo del 3% rispetto al picco di martedì, precedente alle parole di Powell.

La prospettiva di una Fed più decisa nella politica anti-inflazione dovrebbe remare contro i metalli preziosi, che non offrono alcun flusso di rendimento (cedole o dividendi) ai possessori. D’altro canto, la prospettiva che il mercato azionario possa cedere ulteriore terreno a causa della stretta monetaria potrebbe essere un fattore di supporto per l’oro, come osservato nei giorni scorsi.

“I rendimenti e il dollaro tendono ad essere i più importanti driver di prezzo del metallo giallo. Nonostante il contesto macro difficile, alcuni flussi d’investimento sono stati molto resistenti”, hanno scritto gli analisti di Bank of America in un report del 24 gennaio, “perché l’oro si è staccato dai suoi driver tradizionali? Dal nostro punto di vista, ci sono significative dislocazioni sepolte sotto l’inflazione headline, i tassi di interesse e le mosse valutarie, che aumentano l’attrattiva di detenere il metallo giallo in un portafoglio e sostengono la nostra previsione del prezzo medio dell’oro di 1.925 dollari l’oncia per il 2022”.

Nel 2021 il metallo giallo aveva perso il 3,5% mentre l’azionario aveva continuato la sua corsa; il rialzo dell’inflazione non ne aveva migliorato le sorti, nonostante la sua storica funzione protettiva. Il mercato già intravedeva la stretta monetaria in arrivo da parte della Fed. Parte dell’effetto-tassi, insomma, potrebbe essere già stato prezzato l’anno scorso. “L’oro è riemerso come un rifugio sicuro e come copertura di coda del portafoglio, dato il repricing e il selloff nelle azioni e nelle criptovalute”, ha detto al Wsj Aakash Doshi, responsabile delle materie prime per il Nord America presso Citi Research.

Al 27 gennaio la performance da inizio anno dell’oro, seppur negativa, resta superiore di circa sei punti a quella dell’S&P 500 e sostanzialmente in linea con quella del Ftse Mib.


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di Alberto Battaglia

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Responsabile per l’area macroeonomica e assicurativa. Giornalista professionista, è laureato in Linguaggi dei media e diplomato in Giornalismo all’Università Cattolica

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