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Negli scorsi giorni Google ha presentato i suo risultati trimestrali, annunciando uno stock split. Si tratta solo dell’ultimo di una serie recenti di frazionamenti azionari da parte delle aziende tech americane
Come riporta Quartz, l’ultima società, prima di Google, ad avere effettuato un stock split di 20:1 è stata Amalgamated Bank nel 2018
La terza ragione è la riduzione dei costi di transazione. I titoli con prezzi troppo alti hanno spread più ampi rispetto a titoli simili, ma con prezzo minore. Quando gli spread – la differenza tra l’offerta e la domanda – sono troppo grandi, mangiano dunque i rendimenti degli investitori. Infine ci può essere anche un motivo tecnico allo stock split. Ci sono infatti casi specifici in cui una società può voler aggiustare il prezzo delle azioni per soddisfare certi requisiti di un indice in cui vuole entrare. Un esempio è il Dow Jones Industrial Average, noto benchmark a 30 titoli, ponderato per il prezzo: più alto, più influenzerà l’andamento dell’indice. Apple nel 2014, poco dopo aver annunciato uno split 7:1, facendo scendere il prezzo delle azioni da circa 650 a 90 dollari, è entrata a far parte del DJIAAd ogni modo, una società potrebbe anche decidere perseguire uno stock split inverso, ovvero diminuire la quantità esistente di azioni in circolazione. Ciò in generale viene fatto, perché un prezzo più alto può conferire uno status di azienda dal maggiore valore e al contempo evitare il pericolo di scendere sotto una certa soglia, al di sotto della quale si concretizza la possibilità di delisting.
Rapporti di stock-split massicci come quello di Alphabet sono rari ma non senza precedenti. Nel 1957, Getty Oil pianificò un frazionamento azionario 20 per 1. Più recentemente, Amalgamated Bank ha fatto un frazionamento 20 per 1 nel 2018, e l’azienda adtech The Trade Desk ha eseguito un frazionamento 10 per 1 nel giugno 2021.

